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“Quattro premesse di una condivisione possibile”: un contributo al dibattito per una legge giusta sul “testamento biologico”

Settembre 19th, 2009 by Giampaolo Azzoni

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I recenti sviluppi delle controversie intorno al “fine vita” e le crescenti difficoltà del legislatore ci inducono a proporre il testo che segue, per continuare un dibattito che contribuisca al varo di una legge equilibrata e rispettosa dei diritti del cittadino.

Il testo sarà presto pubblicato dalla rivista “Paradoxa“.
Invitiamo tutti quelli che sono al tema interessati, perché intervengano liberamente.

Il “testamento biologico”.
Quattro premesse di una condivisione possibile.

1) L’accelerazione del dibattito parlamentare su un tema che già nella passata legislatura era stato oggetto di un vivace confronto è avvenuta sull’onda emotiva della vicenda di Eluana Englaro. Il testo votato dal Senato è fortemente segnato e condizionato da questa contingenza. L’art. 1 comma 1 (lettera a) e l’art. 3 comma 1, coerentemente con quanto ci si attende da una legge sul cosiddetto “testamento biologico”, indicano un’eventuale, futura incapacità di intendere e di volere come la condizione in vista della quale il cittadino potrà redigere le sue dichiarazioni anticipate di trattamento. Ma il comma 6 dello stesso art. 3 si riferisce allo stato vegetativo, specificando addirittura che la dichiarazione «assume rilievo nel momento in cui è accertato che il soggetto in stato vegetativo non è più in grado di comprendere le informazioni circa il trattamento sanitario». È del tutto evidente che non esiste una condizione di stato vegetativo nella quale un paziente sia ancora in grado di “comprendere”. Ma anche – e soprattutto – che l’incapacità di intendere e di volere non è in nessun modo sinonimo di stato vegetativo. La prima può riguardare potenzialmente centinaia di migliaia di persone (tipicamente tutti i pazienti in stato avanzato di demenza a causa di malattie come l’Alzheimer). Nel secondo si trovano oggi in Italia non più di tremila persone. Non sappiamo insomma a “chi” si applicherebbe l’intera normativa e un chiarimento su questo punto è preliminare ad ogni serio approfondimento dei suoi singoli aspetti.

2) I conflitti bioetici, proprio perché coinvolgono i modi e il senso del nascere e del morire, hanno conseguenze particolarmente laceranti sui “valori condivisi” più volte richiamati anche dal Presidente della Repubblica come presupposto e garanzia della convivenza e della solidità delle stesse istituzioni. Per questo è forzata e rischiosa la trasposizione del bipolarismo del sistema politico in un corrispondente bipolarismo bioetico, a sua volta interpretato nei termini della logora contrapposizione fra laici e cattolici. Va respinto ogni tentativo di strumentalizzare ai fini della contesa politica di breve respiro il confronto su temi di questa portata, che ne uscirebbero immiseriti e ostaggio di logiche di potere e di scambio comunque fatali per un serio, credibile impegno sui valori. A maggior ragione quando questo impegno diventa di resistenza alle mode e ai modelli dominanti.

3) Non esiste “il” problema del fine vita, ma un fascio di questioni diversificate e complesse. Non è possibile, di conseguenza, affidarsi ad astratte dichiarazioni di principio sulla disponibilità o indisponibilità della vita. Si tratta, piuttosto, di modulare con ragionevolezza l’equilibrio fra due principi entrambi irrinunciabili dal punto di vista costituzionale: la tutela della vita come “interesse della collettività” e presidio della dignità della persona da una parte e, dall’altra, la libertà con la quale ogni individuo decide il senso, l’orientamento della sua esistenza. Non si discute, in Italia, l’introduzione dell’eutanasia come possibilità per il medico di somministrare al paziente “il farmaco che uccide”. Si discute della possibilità che una persona possa chiedere semplicemente di essere “lasciata andare”, senza che più nulla sia fatto per trattenerla. È comprensibile che su questo punto vi siano opinioni e sensibilità diverse, anche fra gli stessi cattolici. È d’altronde proprio l’art. 53 del Codice deontologico dei medici italiani che vieta loro di «assumere iniziative costrittive» o di «collaborare a manovre coattive di nutrizione artificiale» nei confronti di una persona che, pur se adeguatamente informata «sulle gravi conseguenze che un digiuno protratto può comportare sulle sue condizioni di salute», rifiuta comunque volontariamente di nutrirsi. Si può considerare sufficiente a rovesciare questa conclusione il fatto – ovviamente importante – che la propria volontà non possa essere più confermata “qui ed ora”? Risposte diverse a questa domanda non tolgono il comune impegno a sostenere in tutte le situazioni di sofferenza e disagio le “buone” ragioni della vita. L’alimentazione artificiale di un paziente in stato vegetativo può spaccare un paese. Un detenuto può lasciarsi morire di fame e di sete senza che nessuno ne parli.

4) Occorre evitare che una sovraesposizione di casi-limite e questioni indubbiamente di forte impatto “simbolico” funzioni da strategia elusiva delle responsabilità e delle urgenze più pressanti in tema di difesa della vita. Il diritto alla vita non è lo stesso nei paesi ricchi e nei paesi poveri. Ma anche nei primi rimangono o si accentuano le differenze. L’Italia non fa eccezione, come testimoniano i sempre più frequenti casi di malasanità e la crescente tendenza a “fuggire” dalla propria regione per cercare altrove un’assistenza di qualità. Sentiamo parlare tutti i giorni di “turismo” riproduttivo. Sarebbe bene preoccuparsi di quello al quale è costretto chi cerca soltanto di essere curato. E, più in generale, della necessità di garantire l’equa distribuzione delle risorse indispensabili ad una efficace e “giusta” tutela del diritto alla vita in tutte le fasi e in tutte le condizioni dell’esistenza umana.

Stefano Semplici - Membro del Comitato Scientifico del CEGA e Prof. di Etica sociale nell’Università di Roma Tor Vergata (semplici@lettere.uniroma2.it).

Carmelo Vigna - Presidente del CEGA e Prof. di Filosofia morale nell’Università di Venezia (carmelo.vigna@gmail.com).

Giampaolo Azzoni - Direttore del CEGA e Prof. di Filosofia del diritto nell’Università di Pavia (giampaolo.azzoni@unipv.it).

Il testo è aperto alla sottoscrizione di tutti coloro che ne condividono i contenuti: si può indicare la volontà di aderire scrivendolo nello spazio dei commenti o inviando una mail a uno dei primi tre firmatari.

Il presente blog pubblicherà tutti gli eventuali commenti.

Aderiscono al testo, fra altri, condividendone i contenuti:

Riccardo Montagnoli - Presidente UGCI di Brescia e Avvocato dello Stato (vedi commento 1 in basso).

Pierpaolo Marrone - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Trieste (vedi commento 2 in basso).

Mario De Curtis - Prof. di Pediatria nell’Università di Roma La Sapienza (vedi commento 4 in basso).

Pietro De Vitiis - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Roma Tor Vergata (vedi commento 5 in basso).

Marco Ravera - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Torino.

Grazia Tagliavia - Prof. di Filosofia della storia nell’Università di Palermo.

Ugo Perone - Prof. di Filosofia morale nell’Università del Piemonte Orientale.

Stefano Colloca - Ricercatore di Filosofia del diritto nell’Università di Pavia.

Vanna Gessa-Kurotschka - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Cagliari (vedi commento 6 in basso).

Fabio Macioce - Ricercatore di Filosofia del diritto nell’Università di Roma “Tor Vergata” (vedi commento 7 in basso).

Paolo Carnevale - Prof. di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università di “Roma Tre“ (vedi commenti 8 e 36 in basso).

Roberto Garaventa - Prof. di Storia della filosofia contemporanea nell’Università di Chieti (vedi commento 9 in basso).

Silvio Morigi, Prof. di Filosofia della religione nell’Università di Siena.

Roberto Mordacci - Prof. di Filosofia morale nell’Università Vita-Salute San Raffaele.

Stefano Bancalari - Ricercatore di Filosofia morale nell’Università di Roma La Sapienza.

Antonio Da Re - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Padova (vedi commento 11 in basso).

Donatello Puliatti - Avvocato e Docente a contratto nell’Università di Messina (vedi commento 12 in basso).

Aurelio Rizzacasa - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Perugia (vedi commento 13 in basso).

Francesco Totaro - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Macerata (vedi commento 14 in basso).

Laura Tundo - Prof. di Filosofia morale nell’Università del Salento (vedi commento 15 in basso).

Gerardo Cunico - Prof. di Filosofia teoretica nell’Università di Genova (vedi commento 16 in basso).

Laura Paoletti - Prof. di Storia della filosofia nell’Università di Roma Tre.

Silvano Zucal - Prof. di Filosofia teoretica nell’Università di Trento.

Paolo Gregoretti - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Trieste.

Luca Vanzago - Ricercatore di Filosofia teoretica nell’Università di Pavia.

Andrea Poma - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Torino.

Maria Cristina Bartolomei - Prof. di Filosofia della religione nell’Università degli Studi di Milano (vedi commento 19 in basso).

Romano Madera - Prof. di Filosofia morale nell’Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Virgilio Melchiorre - Prof. emerito di Filosofia teoretica nell’Università Cattolica di Milano.

Mario Signore - Prof. di Filosofia morale nell’Università del Salento.

Massimo Reichlin - Prof. di Filosofia morale nell’Università Vita-Salute San Raffaele (vedi commento 22).

Carla Danani - Prof. di Filosofia politica nell’Università di Macerata.

Giuseppe Cantillo - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Napoli Federico II.

Iolanda Poma - Ricercatore di Filosofia morale nell’Università del Piemonte Orientale.

Marco Ivaldo - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Napoli Federico II (vedi commento 23).

Mara Meletti - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Parma (vedi commento 27).

Vittorio Possenti - Prof. di Filosofia politica nell’Università di Venezia (vedi commento 28).

Pierluigi Valenza - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Roma La Sapienza (vedi commento 29).

Anna M. Nieddu - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Cagliari (vedi commento 30).

Giuseppe Modica - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Palermo (vedi commento 31).

Giovanni Dessì - Ricercatore di Storia delle dottrine politiche nell’Università di Roma Tor Vergata.

Italo Sciuto - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Verona (vedi commento 34).

Michele Nicoletti - Prof. di Filosofia politica nell’Università di Trento.

Maria Moneti - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Firenze.

Maria Teresa Pansera - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Roma Tre (vedi commento 35).

Raffaella De Franco - Prof. di Bioetica nell’Università di Bari.

Placido Bucolo - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Catania.

Mario De Caro - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Roma Tre.

Paolo Heritier - Prof. di Filosofia del diritto nell’Università di Torino.

Carmelo Meazza - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Sassari.

Francesco Belvisi - Prof. di Filosofia del diritto nell’Università di Modena (vedi commento 37).

Giovanni Ferretti - Prof. Emerito di filosofia teoretica presso l’Università di Macerata.

Matteo Cosulich - Prof. di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università di Trento.

Laura Palazzani - Prof. di Filosofia del diritto nell’Università “LUMSA” di Roma e Vice-Presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica.

Vincenzo Baldini - Prof. di Diritto costituzionale nell’Università di Cassino (vedi commento 40).

Giorgio Grasso - Prof. di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università dell’Insubria (vedi commento 41).

Enzo Balboni - Prof. di Diritto costituzionale nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (vedi commento 42).

Stefano Ceccanti - Prof. di Diritto pubblico comparato nell’Università La Sapienza di Roma.

Salvatore Vuoto - Prof. di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università di Pisa.

Bernardo Razzotti - Prof. di Filosofia Morale nell’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara.

Paolo Cendon - Prof. di Istituzioni di diritto privato nell’Università di Trieste.

Antonino Spadaro - Prof. di Diritto costituzionale nell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria (vedi commento 45).

Laura Boella - Prof. di Filosofia morale nell’Università Statale di Milano (vedi commento 46).

Francesco Valerio Tommasi, Assegnista di ricerca in Filosofia Morale nell’Università di Roma “La Sapienza”.

Luigi D’Andrea - Prof. di Diritto costituzionale nell’Università di Messina (vedi commento 48).

Luca Diotallevi - Prof. di Sociologia nell’Università di “Roma Tre” (vedi commento 49).

Lorenzo D’Avack - Prof. di Filosofia del diritto nell’Università di “Roma Tre” e Vice-Presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica (vedi commento 51).

Gian Mario Cazzaniga - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Pisa (vedi commento 52).

Maria Assunta Piccinni - Collaboratrice di ricerca presso il Centro interdipartimentale di ricerca per le decisioni giuridico-ambientali e la certificazione etica d’impresa (CIGA) dell’Università di Padova (vedi commento 53).

Enrico Peroli - Prof. di Filosofia morale nell’Università di Chieti-Pescara.

Giuseppe Nicolaci - Prof. di Filosofia teoretica nell’Università di Palermo.

Leonarda Vaiana - Prof. di Storia della filosofia nell’Università di Messina (vedi commento 55).

Carlo Colapietro - Prof. di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università degli Studi “Roma Tre”.

Posted in dibattiti pubblici su questioni etiche, bioetica e biodiritto |

58 Responses

  1. Riccardo Montagnoli Says:

    Condivido pienamente il documento. Aggiungerei che occorre considerare quale effettiva possibilità abbia ciascuno di noi di prevedere le condizioni in cui potrà venire a trovarsi e lo stato della tecnica biomedica a quel momento. In questo senso, ritengo che sia frutto di una presa di posizione ideologica la pretesa di fare del “testamento biologico” un documento vincolante per il medico, che al contrario potrà essere il solo, in virtù della sua professione, a tradurre in opzioni concrete le direttive che l’interessato avrà espresso in passato.
    Suggerisco anche di considerare il peso che sulle problematiche del fine vita può avere (e verosimilmente ha) la tendenza giurisprudenziale ad ampliare la responsabilità del medico e delle strutture sanitarie per non aver tentato “tutto quanto possibile” per salvare una vita: molti casi di “stato vegetativo” potrebbero essere la conseguenza di un eccesso di zelo nel tentare di salvare una vita compromessa, per evitare il rischio di accuse e pretese risarcitorie.

  2. Pier Marrone Says:

    Il documento che ci propongono Stefano, Carmelo e Giampaolo incontra la mia piena approvazione. Si tratta di tesi che si addentrano con coraggio, pietas, e realismo in temi di assoluta rilevanza per l’etica pubblica e per l’etica della fine vita. Ha un ulteriore pregio, a mio modo di vedere, ossia di richiamare l’attenzione sulle condizioni materiali di esercizio del diritto alla vita. E’ da molto tempo che mancava un richiamo di questo genere nel dibattito. Il richiamo a sperequazioni, tanto urgentemente presenti nelle coscienze quanto assenti nei resoconti che sulla tematica del diritto alla vita leggiamo da molto tempo sugli organi di informazione, ricorda che il dovere di carità ha molte facce e che anche quelle che meno sono sottoposte all’esposizione mediatica - per dinamiche interne a questa medesima esposizione - urgono di una considerazione e di azioni nella politica sanitaria.

  3. Andrea Monda Says:

    Molto interessante questo documento. Mi ha reso nota, tra l’altro, l’esistenza di questo art. 53 del Codice deontologico dei medici italiani che non conoscevo. Suddetto articolo sembra tagliare la questione come il nodo gordiano, per cui l’alimentazione e l’idratazione diventano “disponibili” rispetto alla volontà del paziente.
    Sinceramente l’idea di tagliare le questioni come il nodo di Gordio mi ha sempre inquietato. So invece che la realtà è sempre complessa e ogni piccolo groviglio va sciolto, magari sorridendo come suggeriva R.L.Stevenson. Cioè mi chiedo: tutti i casi sono uguali rispetto al dilemma se l’alimentazione sia diventata una forma di accanimento terapeutico? Nessuno vuole l’accanimento, è questo è il primo punto.. ma chi decide quando una terapia (oppure la semplice nutrizione) si sia trasformata in accanimento? Il punto è che i pazienti non sono “casi”, sono persone. Insomma, non ho risposte e rivelo sin troppo chiaramente la mia sofferenza dovuta al fatto che su queste materie si sia arrivato al punto di legiferare. Mi dispiace quindi non dare un grande contributo, anche se mi fa piacere (e ringrazio per l’opportunità) partecipare, anche se da totale “inesperto” a questo dibattito così drammatico e urgente per il nostro paese.

  4. Mario De Curtis Says:

    La difesa della vita: non è uguale per tutti

    Condivido totalmente il documento sul testamento biologico ed in particolare la critica al “bipolarismo bioetico” che ha riproposto una contrapposizione assoluta tra il mondo laico e cattolico.
    Colgo l’occasione per fare una riflessione sulla difesa della vita che purtroppo oggi nel nostro paese non è uguale per tutti.
    Abbiamo assistito nei mesi scorsi sgomenti al dramma della famiglia di Eluana Englaro travolta da una violenta discussione pubblica sulla fine della vita, arrivata al punto da determinare una grave crisi istituzionale.
    Mentre abbiamo visto che una parte rilevante delle forze politiche e della società si è battuta per una strenua difesa della vita di Eluana, che da 17 anni era in un coma irreversibile, non vedo la stessa attenzione per la difesa della vita di molti bambini del nostro paese che è quotidianamente messa a rischio e compromessa da una organizzazione delle cure che sta progressivamente peggiorando con i progressivi tagli dei fondi alla sanità.
    Nel Lazio, dove ogni anno si hanno circa 55.000 nati, mancano almeno 20 posti di terapia intensiva neonatale e come conseguenza, spesso, neonati prematuri, anche piccolissimi, non possono essere curati nel centro dove nascono, ma debbono essere trasferiti in un altro ospedale con un sicuro aumento del rischio di morte e di esiti a distanza. L’Agenzia di Sanità Pubblica del Lazio ha osservato che il rischio di morte dei circa 650 neonati con peso alla nascita inferiore a 1500 g, nati nel 2008, era più del doppio nei trasferiti rispetto a quelli curati nello stesso ospedale. Se il Lazio avesse la stessa mortalità neonatale della Lombardia si salverebbero almeno 50 neonati ogni anno.
    Questa situazione è ancora più grave nelle regioni meridionali.
    Invito tutti coloro che si stanno oggi battendo per la difesa della vita a prendere in considerazione non solo i casi estremi che hanno un interesse giornalistico, ma di interessarsi anche al futuro di molti bambini che non avendo una risonanza mediatica sono ogni giorno abbandonati alla loro triste sorte.

    Prof. Mario De Curtis
    Ordinario di Pediatria, Università di Roma La Sapienza
    mario.decurtis@uniroma1.it

  5. Pietro De Vitiis Says:

    Personalmente ritengo che il fine vita costituisca una situazione di emergenza che legittima qualche ricorso all’etica della situazione, nella ricerca della linea di incontro fra volontà del malato, se in qualche modo espressa - che non deve essere però l’unico aspetto da considerare -, l’opinione del medico curante e quella dei familiari. Ciò rende non opportuni, a mio avviso, interventi legislativi rigidi sulla materia. Ho apprezzato anche la chiara esclusione di ogni forma di eutanasia, cui aggiungerei anche il suicidio assistito. Posso quindi condividere il testo come invito alla cautela a legiferare su un settore che
    mal si presta ad una normazione generale che può facilmente risultare astratta.

  6. Vanna Gessa Kurotschka Says:

    Sono d’accordo con lo spirito dell’iniziativa e nel merito delle proposte “conciliative”.

  7. fabio macioce Says:

    Condivido appieno il testo e, soprattutto, la pacatezza dei toni. L’atteggiamento da crociata, cattolica o laicista che sia, impedisce sempre l’approfondimento dei temi.

  8. Paolo Carnevale Says:

    Condivido senso complessivo, equilibrio e problematicità dell’intervento del collega Stefano Semplici, che rivelano, al di là di tutto, una volontà di aprire, piuttosto che di chiudere, una riflessione oggi troppo catturata da logiche di appartenenza.
    Quale costituzionalista, poi, sento una gratitudine “specifica” per l’iniziativa, stante il momento particolarmente delicato, segnato dalla ripresa del dibattito parlamentare sul c.d. ddl Calabrò, già approvato al Senato, in tema di alleanza terapeutica, consenso informato e dichiarazioni anticipate di trattamento. Tale disegno di legge, al di là dei molteplici rilievi critici che si possono formulare, evidenzia, a mio avviso, in modo sufficientemente chiaro, quel clima di “bipolarismo bioetico” evocato nel documento e rende ancor più netta l’esigenza di un confronto più aperto sul tema dei trattamenti di fine vita.

    Paolo Carnevale

    Prof. di Istituzioni di diritto pubblico-Università di Roma Tre

  9. Roberto Garaventa Says:

    Condivido pienamente, nello spirito e nel merito, il testo proposto all’attenzione della comunità scientifica e dell’opinione pubblica dai colleghi Stefano Semplici e Carmelo Vigna circa la legge sul testamento biologico.

    Roberto Garaventa, professore di storia della filosofia contemporanea, Università di Chieti

  10. Stefano Bancalari Says:

    Ricercatore filosofia morale, Sapienza Università di Roma

  11. Antonio Da Re Says:

    Aderisco volentieri al testo redatto da Stefano Semplici, Carmelo Vigna e Gianpaolo Azzoni. Trovo particolarmente felice il passaggio dedicato alla necessità di contemperare il valore della vita con quello della libertà. Forse si può qui parafrasare Kant: la libertà senza la vita è vuota, e la vita senza la libertà è cieca. La legge sulle dichiarazioni anticipate dovrebbe tentare di trovare una sintesi, al più alto livello possibile, tra salvaguardia della vita e rispetto della libertà personale. Il testo del Senato era palesemente e contraddittoriamente svilanciato in un senso; confidiamo in un maggior equilibrio da parte della Camera.

  12. Donatello Puliatti Says:

    Aderisco al testo condividendone pienamente i contenuti. L’appello ad un’equa distribuzione delle risorse per la tutela del diritto alla vita in tutte le sue fasi (dalla nascita alla morte)pone giustamente in risalto il problema (finora quasi sempre sottaciuto) economico. L’affermazione perentoria della non strumentalizzabilità politica delle questioni bioetiche è parimenti importante perchè avrà, spero, la funzione di sensibilizzare di quei cittadini che, sentendosi più elettori che uomini, tendono a formare il loro convincimento sulla scorta dell’opinione del politico che magari persegue gli interessi di un potentato di qualunque genere. Acuta, poi, è la distinzione tra le varie problematiche attinenti alla fine della vita, spesso indebitamente semplificate e/o ridotte ad unum sub specie euthanasiae.
    Il primo punto, poi, pone un problema essenziale di nomotecnica. Nell’intenzione dei redattori del progetto di legge, credo che vi fosse l’intenzione di limitare l’applicazione della legge ai soli casi di stato neurovegetativo, mentre il richiedere il presupposto congiunto della mancanza di capacità d’intendere e di volere (che chiaramente appare ridondante, come giustamente segnalato) ha probabilmente più un significato ideologico che altro(quasi a voler rimarcare che l’interruzione del trattamento non possa mai esserci se il soggetto è anche solo parzialmente cosciente, con ciò sbarrando le porte a interpretazioni nel senso dell’eutanasia). Il problema però rimane sempre lo stesso: che cos’è lo stato neurovegetativo? Va definito accratamente, l’indice normativo dev’essere chiaro, preciso, intensionalmente accurato ed estensionalmente privo di vaghezza e ambiguità: altrimenti, la legge innoverebbe davvero poco, lasciando insoluti moltissimi dei problemi attuali.

  13. Aurelio Rizzacasa Says:

    Sostanzialmente aderisco alle finalità preseguite dal documento.
    La questione comunque è complessa e richiederebbe un approfondimento adeguato. Si tratta infatti di tener conto, da un lato, della tutela della vita ma, dall’altro, delle ragioni esistenziali che coinvolgono le decisioni sulla sofferenza delle situazioni emergenti.

  14. Francesco Totaro Says:

    Rinnovo via mail l’adesione al documento già da me dichiarata a voce in occasione del Convegno di Pavia.
    In esso sono apprezzabili l’idea di evitare una normativa astratta e formalisticamente autoreferenziale, quindi in partenza non rispettosa delle concrete differenze personali e, nel momento applicativo, incapace di fornire un sostegno efficace alla interpretazione intelligente delle esigenze della persona che affronta la situazione di ‘congedo’ dalla vita.
    Inoltre è opportuna l’esortazione a non esagerare il rilievo dei casi eccezionali a svantaggio dell’attenzione alla cura delle
    condizioni patologiche più diffuse e più esposte alla cosiddetta ‘malasanità’.
    Sulla via tracciata il documento potrebbe giovarsi di eventuali integrazioni.

  15. Laura Tundo Says:

    Condivido pienamente lo sforzo di chiarificazione che si sta facendo per sostenere l’auspicio di giungere a un testo legislativo che contemperi esigenze diverse e accolga il rispetto dei diritti e della dignità della persona-cittadino.
    Condivido sia la necessità di eliminare tutti i fattori di confusione (comma 6) sia quella di uscire da contrapposizioni strumentali; così come ritengo necessario ripensare formule come la “totale indisponibilità della vita” che dovrebbe significare anche indisponibilità a farla diventare strumento di contesa.
    Ricordiamo che già i limiti al “dovere di cura”, riconosciuti nel consenso (del malato o dei familiari) e nella deontologia medica, non consentono di accogliere nella sua assolutezza il principio di indisponibilità; inoltre quello che rubricate sotto la voce malasanità o diseguale distribuzione delle risorse (del diritto alla salute e alle cure) fa restare quel principio di indisponibilità ben lontano dal corrispondere alle necessità sostanziali, del tutto astratto e vuoto.

  16. Gerardo Cunico Says:

    Mi riconosco senz’altro nelle intenzioni che hanno dettato un documento così serio, meditato ed equilibrato su una questione di tanta delicatezza.

  17. Laura Paoletti Says:

    Desidero aderire
    Laura Paoletti
    Prof. di Storia della Filosofia, Università di Roma Tre

  18. Luca Vanzago Says:

    Mi associo

  19. Maria Cristina Bartolomei Says:

    Aderisco volentieri al documento proposto ai docenti di morale, condividendo in particolare le osservazioni di Franco Totaro.
    Mi permetto di aggiungere due sottolineature, non so se integrabili nel documento stesso, una di natura etica, una di natura più giuridica.
    La prima si riferisce al fatto che le disposizioni di fine-vita sono pur sempre disposizioni su come deve essere trattata da altri la propria vita. Non è in causa direttamente il contestato diritto a decidere della propria morte. Si tratta di riconoscere, anche nella fase presumibilmente terminale, il diritto di ognuno a scegliere la qualità e le modalità della propria vita e, quindi, delle cure e della assistenza. Il che include il diritto di rifiutare interventi medici e chirurgici, ausili di macchinari ecc. anche se da tale rifiuto discendesse la morte. Questa non è cercata come fine primario e immediato, ma accettata come conseguenza, quando pratiche mediche risultino inaccettabili per la persona, o perché troppo dolorose o invasive, o per motivi religiosi (le trasfusioni per i Testimoni di Geova).
    La seconda sottolineatura si riferisce invece alla indispensabilità di tenere conto degli aspetti clinici di certe pratiche, così come gli specialisti fanno osservare. In presenza di edema polmonare, per esempio, l’idratazione accelera la morte per soffocamento; in certe forme neoplastiche, dicono i medici, la nutrizione accelera la morte e la rende più dolorosa perché si nutre, in realtà, il tumore. Una legge dovrebbe enunciare principi: tutela della salute del paziente, nel rispetto della sua libertà, assistenza per alleviare il dolore ecc. ecc. in ogni fase della vita, ma non prescrivere atti medici.

  20. Alberto Marietti Says:

    Personalmente, vorrei che accanto al nome dei promotori fosse indicata la religione professata.

  21. Roberta De Monticelli Says:

    Titolo: ma siamo filosofi o siamo politici?

    Cari amici e colleghi, il dibattito che sollevate mi sta a cuore perché sarebbe davvero bene se si creasse e rendesse pubblica un’opinione condisa dei filosofi: dunque il mio commento non è polemico. Tuttavia: potrei associarmi alle vostre proposte solo dopo che mi abbiate sciolto una perplessità che allo stato non mi rende possibile aderire. Questa riguarda il punto 3., alla frase:

    “Si tratta, piuttosto, di modulare con ragionevolezza l’equilibrio fra due principi entrambi irrinunciabili dal punto di vista costituzionale: la tutela della vita come “interesse della collettività” e presidio della dignità della persona da una parte e, dall’altra, la libertà con la quale ogni individuo decide il senso, l’orientamento della sua esistenza.”

    La tutela della vita e della dignità della persona non mi sembra assolutamente un principio in opposizione a quello della libertà dell’individuo: ma nella vostra formulazione è come se questi due principi, entrambi irrinunciabili, FOSSERO in opposizione l’uno con l’altro, e bisognasse trovare una “ragionevole modulazione”, vale a dire una sorta di compromesso, per preservarli entrambi. Ma perché mai? In quale senso possibile il valore della vita e della dignità della persona sarebbe minacciato dalla libertà della persona? Al contrario, la vita di una persona desume il suo valore dalla libertà che ci caratterizza, in quanto è fondamento ultimo di possibilità di una personale adesione o rigetto di valori da una parte, e di una obbligazione morale dall’altra: insomma, senza libertà non c’è soggetto morale. E’ questo che distingue il valore della vita di una persona dal valore (pur considerevole)della vita di un albero o di un filo d’erba: e non è questa differenza che giustififica l’aggettivo “dignità”?
    Porre invece in termini di opposizione e di tensione, e quindi di modulazione ragionevole, dignità della vita personale e libertà del soggetto morale, significa proprio proiettare di nuovo entro la riflessione filosofica, etica e giuridica quel bipolarismo politico che giustissimamente stigmatizzate a livello metodologico.

    Vi sarò grata di una risposta,

    Roberta De Monticelli

  22. Massimo Reichlin Says:

    L’aumento delle capacità tecnologiche di prolungare la vita comporta due gravi rischi, speculari l’uno all’altro: da un lato che, a fronte della scarsità dei benefici ottenibili, pazienti vulnerabili possano essere indotti a chiedere l’eutanasia, se non esservi sottoposti senza consenso; dall’altro, quello che, cedendo alla tentazione di considerare doveroso tutto ciò che è tecnicamente possibile, si determini per molti pazienti un prolungamento penoso del processo del morire. Quest’ultimo rischio non sembra adeguatamente evitato dal disegno di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT) approvato al Senato.
    La riflessione tradizionale cristiana evita sapientemente entrambi gli estremi: pur condannando ogni intervento diretto a procurare la morte di un paziente, pone dei limiti significativi al dovere di conservare la vita. Essa riconosce infatti che la vita è un valore fondamentale, non assoluto, e limita il dovere di conservarla all’uso dei cosiddetti mezzi ordinari: sono tali i mezzi che garantiscono una speranza ragionevole di un beneficio proporzionato e non impongono oneri eccessivi di qualunque genere. La straordinarietà di un mezzo non può dunque essere definita a priori, ma va determinata in rapporto alle circostanze specifiche: perciò, vari testi magisteriali affermano che, accanto al parere del medico, assumono grande rilevanza i desideri e i legittimi interessi di un malato debitamente informato.
    In questa prospettiva, l’introduzione di uno strumento legislativo che consenta di far valere tali desideri e interessi anche in situazioni di perdita irreversibile di coscienza, va giudicato positivamente; la limitazione del campo di applicazione previsto dal testo in discussione suscita però forti perplessità. In particolare, non si giustifica la limitazione delle DAT ai soli pazienti in stato vegetativo (SVP), né l’esclusione della nutrizione e idratazione artificiali (NIA). Quest’ultima procedura è considerata dalla maggior parte degli scienziati e commentatori un trattamento medico, pur non essendo evidentemente una terapia; non si vede comunque come la si possa escludere dal giudizio di proporzionalità, dato che la dottrina tradizionale non si applica alle sole terapie, ma a qualunque mezzo per prolungare la vita. Se poi si osserva che i pazienti in SVP non sono malati terminali, si deve richiamare che nemmeno la condizione di terminalità è essenziale nella prospettiva tradizionale; se infine si sostiene che sospendere la NIA causi la morte, si può replicare che, se ciò fosse vero, lo sarebbe in ogni altro caso la morte segue dalla sospensione di un mezzo straordinario: ciò contrasta con la tesi tradizionale, secondo cui, con la sospensione di procedure mediche straordinarie «Non si vuole … procurare la morte: si accetta di non poterla impedire» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2278).

  23. Marco Ivaldo Says:

    Sulla questione della eventuale “attualizzazione” della volontà (precedentemente notificata) di una persona in stato vegetativo - cui fate riferimento, se non sbaglio, in un punto del documento in maniera necessariamente concisa - c’erano alcune riflessioni e proposte promosse dal collega Eugenio Mazzarella nel gruppo parlamentare del Partito democratico. Mi pare aprissero lo spazio di un sapiente giudicare da parte dei familiari e dei medici insieme, finalizzate a rispettare in concreto la volontà della persona in un orizzonte di cura per la vita. Purtroppo non le ritrovo più nel mio archivio e mi dispiace.

  24. Carmelo Vigna Says:

    RISPOSTA A ROBERTA DE MONTICELLI 1/3

    I primi tre firmatari del documento hanno risposto al commento di Roberta De Monticelli secondo le loro sensibilità e competenze.

    Ecco la risposta di Carmelo VIGNA:

    Cara Roberta,

    tutela della vita e libertà della persona sono opposti, quando la libertà della persona si esercita contro la vita. E può accadere. Per esempio nelle intenzioni eutanasiche.

    Altrimenti non sono opposti, ma semplicemente complementari (il libero gesto fa la dignità di un essere umano, il gesto buono a partire dalla libertà fa di un essere umano un testimone della grandezza della vita).
    Un legislatore saggio dovrebbe ovviamente favorire la complementarità e ridurre al minimo (o addirittura eliminare) l’opposizione. La quale ritorna se la tutela della vita si erge di contro alla libertà, come nell’accanimento terapeutico.

    Noi si vorrebbe che il legislatore evitasse l’una e l’altra forma di opposizione, lasciando agire il libero gesto, a fine vita, come possibile accettazione del morire quando la vita non è più umanamente degna e si riduce al prolungamento di una inutile agonia.

    Tutto qui, per l’essenziale.

  25. Stefano Semplici Says:

    RISPOSTA A ROBERTA DE MONTICELLI 2/3

    Ed ecco la risposta di Stefano SEMPLICI:

    Per rispondere adeguatamente a Roberta De Monticelli sarebbe necessaria una articolata argomentazione almeno sui seguenti tre punti: 1)l’inevitabilità del conflitto fra i principi nella concretezza della vita umana; 2)la necessità per lo stato e in particolare per lo stato democratico di tutelare la vita e la sicurezza di ogni singolo cittadino; 3)l’impossibilità di attribuire un significato che non sia essenzialmente retorico alla nozione di libertà a prescindere dalla considerazione di ciò che sempre la precede e sempre la accompagna (il corpo che siamo non meno degli altri dai quali siamo stati “messi al mondo”). Spero di poter dare per scontato il consenso sul secondo punto. Mi limito a sottolineare, per restare nell’ambito della bioetica, come la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza muova proprio dalla constatazione di un possibile conflitto fra il rispetto del valore della vita e quello della libertà (ovviamente con la decisiva differenza che in quel caso è della vita di un altro che si decide). Ricordo infine ai non addetti ai lavori (terzo punto) come il riconosciuto nume tutelare della libertà dei moderni (Kant) abbia scritto pagine decisive sul cortocircuito che si determina fra la libertà e la vita ogni volta che si pretende di utilizzare la prima contro la seconda, togliendola a se stessi.

    La ragione per la quale non possiamo sperare di poter dare una risposta alle tante questioni del fine vita con una soluzione del tipo “sempre o mai” è in realtà molto più semplice e tutta interna al principio del consenso informato, ovvero all’accettazione del principio di autodeterminazione che giustamente sta a cuore a De Monticelli. Con le parole più semplici: è doveroso preoccuparsi delle condizioni per le quali una scelta così importante come quella di rinunciare alla vita può essere considerata davvero libera. Così come è doveroso (almeno per me) non lasciare nulla di intentato per sostenere le ragioni del voler vivere, piuttosto che morire. Perché, insomma, questa persona sta chiedendo di non fare più nulla? È proprio nella sofferenza e nella malattia che l’individuo è esposto ad una condizione di maggiore vulnerabilità e la circolarità virtuosa di autodeterminazione e dignità può incepparsi. La malattia può diventare esperienza di paura e di solitudine, nelle quali lo stesso controllo di sé e la volontà vacillano. Per non parlare delle pressioni che il contesto economico, sociale, familiare e perfino ospedaliero potrebbero esercitare sul malato. Ecco perché un supplemento di cautela non vale il rifiuto della libertà ed è anzi un presidio a sua difesa. Il rischio è quello che dietro la forma dell’autodeterminazione si nasconda la realtà del dominio e della soggezione. Con il testamento biologico si aggiungono le ulteriori difficoltà legate ad una scelta “ora per allora”. E a maggior ragione non può essere liquidata come oscurantista la preoccupazione di aggiungere a quella dell’interessato altre “parole”. Preoccupazione che non esclude la conclusione che ci debbano almeno essere motivi molto forti per togliere all’interessato l’ultima parola.

  26. Giampaolo Azzoni Says:

    RISPOSTA A ROBERTA DE MONTICELLI 3/3

    Ed ecco la risposta di Giampaolo AZZONI:

    Appartiene alla scienza giuridica il seguente dato: non esiste un diritto soggettivo che possa essere tutelato o esercitato in modo incondizionato; infatti tale tutela o esercizio devono avvenire secondo una proporzionalità che va valutata nella singola fattispecie concreta. Così, ad esempio, sono puniti l’eccesso di difesa legittima (e anche l’eccesso colposo nelle altre scriminanti penali), gli atti emulativi, le esternalità negative derivanti dall’esercizio del diritto di proprietà (le c.d. immissioni), o (ed è un felice ossimoro) il c.d. “abuso del diritto”.

    E, su un piano di valori e principi costituzionali, appartiene alla scienza giuridica il dato correlativo di una pluralità di valori e principi che, anche se astrattamente coerenti, possono però configgere nelle singole situazioni (determinando quindi non antinomie, ma “predicament”, paranomie): le “scelte tragiche” della bioetica sono in buona parte di questo tipo.

    Ecco che allora la scienza giuridica è stata da sempre in sintonia con un’etica della phronesis (iuris-prudentia) in cui ‘sempre’ è sostituito da ‘hos epi to polu’ e ‘ut in pluribus’.

    Questo comporta ciò che, nei ragionamenti delle Corti, si chiama “bilanciamento dei diritti”; un bilanciamento in cui (attenzione!) si conserva al massimo ciò che può essere conservato del piatto che sulla bilancia è meno pesante . Come afferma la giurisprudenza, la lesione del diritto “soccombente” è giustificata solo nei limiti in cui è strettamente funzionale al corretto esercizio del diritto “vittorioso”; ciò richiede una valutazione di proporzionalità che va effettuata in relazione al concreto atteggiarsi dei diritti in contrapposizione. Così recentemente la Cassazione civile (esaminando il caso di un Testimone di Geova, ricoverato incosciente con un cartellino addosso che recava l’indicazione “niente sangue”) ha affermato che “il conflitto tra due beni - entrambi costituzionalmente tutelati - della salute e della libertà di coscienza non può essere risolto sic et simpliciter” a favore dell’uno o dell’altro.

    Il “bipolarismo etico” nella discussione sul testamento biologico mi pare che si muova in una direzione diversa: verso ciò che Nicolai Hartmann e Carl Schmitt chiamavano “tirannia dei valori”. Il valore della vita e, rispettivamente, il valore della libertà nel senso di autodeterminazione sono considerati il valore unico, il valore piglia-tutto. Come scrive Schmitt, in tale prospettiva, vale il principio che “per il valore supremo il prezzo supremo non è mai troppo alto”. Per evitare ciò, il legislatore e i giudici sono chiamati alla mediazione. Cioè la gerarchia tra valori non deve escludere, ma, anzi, implicare una loro phronetica mediazione.

  27. Mara Meletti Says:

    Esprimo la mia adesione alle premesse indicate per il testamento biologico, mi sembrano di grande equilibrio e saggezza nel loro sforzo di eliminare confusioni edi chiarire alcuni presupposti che speriamo riportino il dibattito sul binario delle buone ragioni, superando le contrapposizioni precostituite.

  28. Vittorio Possenti Says:

    Aderisco al testo preparato e destinato ad essere pubblicato su Paradoxa.
    Contingenze di tempo non mi permettono ora di aggiungere un commento esteso; forse, chissà, nei prossimi giorni.

    Per il momento mi limito ad aggiungere che, non constando l’esistenza di un dovere assoluto di continuare ad esistere che debba essere esatto dallo Stato o da altri, non sembra fondato un obbligo assoluto di alimentare e idratare sempre, dovendosi discernere quando mettere in atto i sostegni vitali e quando no, specialmente se esistono chiare indicazioni contrarie del paziente (diverso è il caso in cui tali trattamenti siano già stati avviati).

    Un ulteriore punto concerne l’estensione della terapia contro il dolore, che meriterebbe un cenno.

    Suppongo che gli estensori desiderino una revisione della legge sulla ‘fine della vita’ approvata al Senato: se è così, non sarebbe superfluo dirlo nell’incipit o nella presentazione del testo.

  29. Pierluigi Valenza Says:

    Rinnovo la mia adesione anche a questo testo, anche se a mio avviso meno incisivo del precedente. Devo dire che lo stato del dibattito politico non mi fa illudere più di tanto sulla recettività in ambito parlamentare.

  30. Anna M. Nieddu Says:

    Aderisco senz’altro anche a questo documento, tanto più necessario nella grave situazione del momento ancora una volta segnata da inqualificabili tentativi di strumentalizzazione politica (incivile) nei confronti di problematiche così delicate.

  31. Giuseppe Modica Says:

    Ribadisco la mia adesione al documento, già espressa a suo tempo.
    Tanto più ora che ne condivido il tono più moderato.

  32. Giovanni Dessì Says:

    Aderisco al documento condividendone i contenuti

  33. Giusi Pasculli Says:

    Volevo semplicemente comunicare la mia adesione alle 4 premesse.
    Fondamentale, per me, la discussione esposta nella premessa 3 tra eutanasia, intesa come possibilità per il medico di somministrare “il farmaco che uccide” e eutanasia intesa come possibilità per una persona di chiedere di essere “lasciata andare” senza che più niente sia fatto per trattenerla.

    Giusi Pasculli, Matera - 24 anni - Dott.ssa in Filosofia- Università di Bari.

  34. Italo Sciuto Says:

    Aderisco pienamente al documento sul “testamento biologico”, che mi pare colga perfettamente l’essenza della cosa e indichi nel modo migliore i princìpi di fondo cui ci si dovrebbe attenere, nell’attuale contesto culturale e politico italiano.

  35. Maria Teresa Pansera Says:

    Mi sembrano premesse equilibrate e ben ponderate, per cui ti comunico senz’altro la mia adesione

  36. Paolo Carnevale Says:

    L’impressione che ricavo dalla lettura del ddl sul c.d. testamento biologico, recentemente approvato dal Senato, è quella di un testo all’apparenza percorso da spinte contraddittorie, destinate forse ad assorbirsi sul piano applicativo, a prezzo tuttavia di un serio pregiudizio della complessiva ragionevolezza dello stesso.
    Vengo rapidamente ad enunciare le ragioni che giustificano questa percezione.
    In primis, sta il sostanziale parallelismo fra portata obiettiva del consenso informato (art. 2, comma 1) e delle dichiarazioni anticipate di trattamento (c.d. dat) (art. 3, comma 2), che il ddl pare delineare, rendendo potenziale oggetto di entrambi ogni tipo di trattamento sanitario, dalla somministrazione di un antibiotico alla chemioterapia. Non sembra smentire quanto detto la previsione dell’art. 3, comma 3, in tema di rinunzia a trattamenti sproporzionati o sperimentali, la quale, più che fissare quella portata, sembra avere un senso esplicativo, prefigurando un’opzione possibile. Lo confermerebbe l’uso del verbo al presente indicativo nel comma 2 (“dichiara”) e il ricorso al servile potere nel comma 3 (“può essere esplicitata”).
    Reputo la scelta discutibile. Ma il punto è un altro. A quest’operazione, di riconoscimento “ampio”, fa da contraltare una di segno diametralmente opposto destinata a neutralizzarla, quale è quella che riscontro nel disposto dell’art. 7. In esso, infatti, si afferma la possibilità per il medico di sottrarsi alle indicazioni espresse dal paziente, se orientate, fra l’altro, «a cagionar[n]e la morte». Ora, la formula pare oltremodo incerta (mi chiedo: cagione diretta o indiretta? Immediata o riflessa?) e sembra fatta apposta per porre il medico in una condizione di “soggetto resistente”: una sorta di deterrente all’applicazione delle dat, tanto più evidente se si considera che il suo operare deve essere orientato al rispetto (anche) del principio «della tutela della salute» (sic!).
    Non solo. C’è un’ulteriore osservazione: se è precluso al medico dare attuazione alle dichiarazioni tese a «cagionare la morte del paziente», allora perde un po’ senso l’esclusione dalle dat del trattamento di alimentazione e idratazione (art. 3, comma 5), la cui sospensione evidentemente è atto sicuramente idoneo a provocare la morte; atto che nondimeno, ai sensi dell’art. 7, il medico non potrebbe porre in essere.
    Mi domando, pertanto: si tratta di una esclusione ridondante, il cui senso (simbolico) è nell’essere il lascito del d.l. Englaro da cui quest’iniziativa legislativa ha preso le mosse?

  37. Francesco Belvisi Says:

    Anzi tutto una premessa: rifiuto la artificiosa distinzione laicità/laicismo con la quale le Gerarchie pretendono di addomesticare la laicità in quanto “rettamente intesa”, degradando l’”altra” laicità ad anticlericalismo. Diversamente sarei costretto a definirmi laicista anticlericale per difendere il valore/principio della laicità (senza altre qualificazioni).

    Allora, ecco il mio brevissimo commento/adesione:

    Da laico, condivido senz’altro lo spirito ed il testo delle “quattro premesse di una condivisione possibile”. Da tempo, ormai, ho compreso che l’universo cattolico presenta al suo interno posizioni molto differenziate, molte delle quali non condividono il fondamentalismo del dogma sostenuto da certa gerarchia curiale. Molte delle posizioni dei cattolici “di base” si manifestano come ragionevoli, secondo una prospettiva laica e pluralista, e costituiscono un serio fondamento per un vero dialogo tra le persone interessate ad un dibattito serio, che miri a trovare delle soluzioni “adeguate” all’attuale realtà sociale pluralista, rispetto alle questioni bioetiche e di garanzia dei diritti ai soggetti vulnerabili.

  38. Matteo Cosulich - Prof. di Istituzioni di diritto pubblico, Università di Trento Says:

    Aderisco al documento, condividendone i contenuti.

  39. giuseppe naimo Says:

    Condivido in pieno, e mi associo

  40. Vincenzo Baldini - Professore ordinario di diritto costituzionale Universitá di Cassino Says:

    Aderisco senz´altro al documento, che rappresenta una base significativa per un confronto/dialogo su questioni particolarmente sensibili della Persona, della sua dignitá, della sua libertá. Tali questioni per ció sfuggono alla logica dicotomica del “tutto o niente”, del “pro o contro”, tipica invece di altri temi della politica.

    Vincenzo Baldini.

  41. Giorgio Grasso - Prof. di Istituzioni di diritto pubblico, Università dell'Insubria Says:

    Documento molto condivisibile, che evidenzia alcune specifiche incoerenze del testo approvato al Senato e ora in discussione alla Camera deputati.

  42. ENZO BALBONI Says:

    Concordo pienamente con lo spirito del documento, anche per ilsuo carattere equilibrato e non aprioritico.
    Soltanto suggerirei di migliorare/irrobustire l’argomentazione di cui al p.4 e di non usare la locuzione, al p.2, Capo dello Stato bensì Presidente della Repubblica, che appare più appropriata nel contesto.

  43. stefano ceccanti Says:

    condivido pienamente,
    Stefano ceccanti
    prof. di Diritto Pubblico Comparato, Università La Sapienza

  44. Giampaolo Azzoni Says:

    RISPOSTA A ENZO BALBONI

    Abbiamo sostituito (come molto opportunamente consigliato) ‘Capo dello Stato’ con ‘Presidente della Repubblica’.

  45. Antonino Spadaro,Prof. ordinario di Dirtto costituzionale Università "Mediterranea" Reggio Calabria Says:

    Sottoscrivo, anche in questo caso come in passato, le riflessioni di S. Semplici, che ben sintetizzano un approccio di apertura, e non di chiusura, di una significativa parte del mondo intellettuale cattolico italiano. E’ solo sul piano di un dialogo che, senza rinnegare le proprie radici, esclude ogni forma di fondamentalismo che è possibile ricostruire un clima di cooperazione fra credenti e non credenti e fra scienza e fede.

  46. Laura Boella Says:

    Condivido le osservazioni molto fini e precise e il tono complessivo.
    Probabilmente non so bene quale sia il contesto in cui esso deve venir inserito e per questa ragione non capisco se la sua finalità sia di proporre una modifica al testo che presto, se non sbaglio, sarà sottoposto alla Camera dopo il passaggio in Senato già avvenuto. Personalmente ritengo che una modifica sia necessaria relativamente alla questione dell’idratazione e alimentazione forzata.
    Come peraltro il documento dice chiaramente, quella decisione deve essere lasciata alla “scienza e coscienza” del medico e alle persone che hanno una relazione affettiva e esistenziale con il paziente che non può più esprimere la sua volontà. Sia il medico, sia questi ultimi (un amico/a, un parente o altri legati da un vincolo esplicitato nel living will) possono infatti interpretare, tenendo conto anche del tempo intercorso tra la stesura del testamento biologico e il verificarsi della malattia, non la “volontà”, bensì la situazione presente in rapporto al carattere, alle preferenze e esperienze del diretto interessato e in funzione di ciò che si può presumere sia “bene” per lui o per lei.
    Credo che questo sia un caso lampante in cui l’individuo deve accettare il suo essere-in-relazione come componente di un’espressione così importante della sua autonomia e al tempo stesso chi esercita un potere (il medico, la legge) debbano lasciare spazio alla “sapienza” delle relazioni consolidate in una vita.

  47. Francesco Valerio Tommasi Says:

    Aderisco

    Titolare di Assegno di Ricerca in Filosofia Morale - Sapienza, Università di Roma

  48. Luigi D'Andrea Says:

    Condivido lettera e spirito del documento, che mi sembra possa rappresentare una utile base di partenza di un autentico dialogo sulla complessa problematica del c.d. “testamento biologico”. Evidenzierei con maggiore forza l’inscindibilità (quantomeno in via ordinaria…) del binomio libertà/dignità, ed i limiti fisiologici di un approccio di tipo “coercitivo” a simili questioni.

  49. Luca Diotallevi Says:

    Carissimi,

    aderisco convinto al vostro appello garbato, intelligente e giustamente urgente.

    Aggiungo, senza che ciò cambi nulla nella mia adesione, che dissento completamente dal punto 2. Per un verso, non so chi debba prendere le decisioni politiche in democrazia se non una maggioranza, anche una decisione relativa a leggi. Ci sono poi - almeno in linea di principio - i giudici a difendere il diritto ed i diritti, che certo non sono nella piena disponibilità della legge o dello stato. (Se rinunciamo pure a quel poco si sano spirito maggioritario che ci siamo guadagnati, che ci resta?) Per altro verso, se intendiamo quello del punto 2 come un - condivisibilissimo - richiamo alla prudenza ed al divieto di sottostare ad ogni qualsiasi vincolo di mandato rivolto al legislatore, non vedo quale mai possa essere il tema per cui non debba valere. E che ci sono forse temi eticamente insensibili?

    Ma questo mio dissenso non tocca in nulla la sostanza della vostra proposta di cui vi ringrazio ancora ed alla quale, per l’appunto, aderisco. Speriamo che trovi cuori e menti aperte e che concorra a dischiudere una nuova stagione di civile confronto per il bene comune e per il bene di ciascuna persona.

  50. Patrizia Borsellino Says:

    Il tema del cosiddetto “testamento biologico” è da alcuni anni al centro dei miei interessi. Ad esso ho dedicato ampio spazio nell’ultimo libro Bioetica tra “morali” e diritto, oltre a numerosi interventi. Ho, fra l’altro, avuto anche l’opportunità di partecipare come esperto alle audizioni che nelle legislature precedenti l’attuale si sono tenute sui Disegni di Legge in materia presso la Commissione igiene e sanità del Senato.

    Trovo pertanto meritorie tutte le iniziative volte a tener desta l’attenzione sull’argomento, e, più in generale, sulle questioni di fine vita, e a sollecitare, come si fa nel documento, interventi legislativi equilibrati, non strumentali e non realizzati sull’onda emotiva di vicende salite agli onori delle cronache. Condivido diversi passaggi del documento, ma riterrei opportune, in questo momento, delle più chiare e decise prese di posizione sulle questioni nodali che il legislatore deve affrontare, quali, ad esempio, quelle del valore da attribuire alle volontà anticipate, dei loro contenuti possibili, della loro forma e del ruolo da attribuire al fiduciario.

    Condivido, inoltre, pienamente l’affermazione che molto si deve fare per garantire a tutti la migliore assistenza (nella prospettiva delle cure palliative) fino alla fine della vita, mentre ritengo che l’auspicio di una “giusta” ed efficace tutela del diritto alla vita in tutte le fasi e condizioni dell’esistenza umana possa essere frainteso se non accompagnato dalla precisazione che il diritto alla vita non deve inopinatamente essere trasformato nel dovere dell’individuo di vivere, o meglio di sopravvivere, a tutti i costi, a seguito della prosecuzione di trattamenti che prolungano il processo del morire.

    Sono queste poche e troppo rapide notazioni. Una più compiuta illustrazione del mio pensiero su questi temi è consegnata ai capitoli (soprattutto al quinto, al decimo e al dodicesimo del mio libro) e, fra gli altri, ad un articolo intitolato “Stato vegetativo e decisioni sulle cure. Servono le direttive anticipate?” pubblicato in: M. Galletti, S. Zullo (a cura di), La vita prima della fine. Lo stato vegetativo tra etica, religione e diritto, FUP, Firenze, 2008.

  51. Lorenzo d'Avack Says:

    Cari Amici, è difficile non aderire al Vs. ragionevole messaggio.
    Pertanto considerate la mia adesione.

  52. Gian Mario Cazzaniga Says:

    Apprezzo il tentativo di ragionare e di unire in un triste momento del nostro paese in cui prevale, o sembra prevalere, la volontà di gridare e di dividere.
    La questione è delicata, avrei come tutti qualcosa da aggiungere o da togliere al documento, ma in sostanza mi sembra sia meglio non toccarlo.
    Aderisco quindi all’iniziativa.

  53. Mariassunta Piccinni Says:

    Ringrazio davvero gli estensori per la chiarezza che contribuiscono a portare in un dibattito spesso così “opaco” e per l’onestà intellettuale che caratterizza il documento e che spero potrà contribuire ad aprire un dialogo parlamentare altrettanto “onesto”.

  54. Mattia Bacciardi Says:

    Davvero condivisibile. Tutto tranne quel “la tutela della vita come “interesse della collettività”” e il rammarico (mio e non di chi scrive) che “non si discute, in Italia, l’introduzione dell’eutanasia come possibilità per il medico di somministrare al paziente “il farmaco che uccide”.”
    Non penso che la collettività (come ente universale) possa avere “interessi”, nè che i singoli individui che la compongono (individualismo mdetodologico) possano rivendicare potestà sul diritto individuale a disporre della propria vita.
    Penso che una legge (se proprio di una legge abbiamo bisogno, vedi Panebianco, Corsera 30 Settembre 2009) debba essere il più possibile “vuota” di valori e “generale” (come suggerito da F. A. von Hayek). Condivido con chi scrive che, proprio per questo, le leggi non vadano pensate e promulgate avendo in mente i “casi limite”. Ma faccio rientrare nei casi limite anche i citati malati di Alzheimer.
    Quanto all’aspetto politico della vicenda, mi dà speranza la posizione (comunque abbastanza ragionevole) assunta dagli estensori, in primis dal Prof. Stefano Semplici con cui ho discusso a lungo l’argomento. Meno speranza mi dà invece il fatto che una posizione come questa, al momento attuale in Italia, appaia “radicale” e osteggiata in quanto tale.

  55. Leonarda Vaiana - Prof. di Storia della filosofia nell'UNiversità di Messina Says:

    Condivido pienamente il documento che apprezzo per la chiarezza e la precisione con cui i quattro punti sintetizzano gli aspetti cruciali del problema della tutela della vita in tutta la sua ampiezza e complessità. Ancor più dei contenuti apprezzo la volontà di individuare soluzioni etico-giuridiche con la consapevolezza che queste possono emergere solo evitando l’innescarsi di contrapposizioni ideologiche o religiose che servono esclusivamente ad eludere il problema

  56. Roberta De Monticelli Says:

    Cari amici, ringrazio i primi firmatari della proposta per avere con competenza e precisione provato a rispondere ai miei dubbi sull’opportunità di accettare l’idea che possa esserci un conflitto fra tutela della libertà e tutela della vita. Tuttavia non riesco a cogliere il rationale dell’opposizione fra difesa della vita e difesa della libertà se non sulla base della tesi che la libera decisione di un individuo per quanto riguarda LE SUE PROPRIE direttive anticipate (non, evidentemente, quelle altrui!!)debba trovare LIMITI ALTROVE CHE NELL’INTIMO DELLA COSCIENZA MORALE DELL’INDIVIDUO STESSO, in quanto soggetto responsabile in prima persona dei suoi legami familiari e sociali. La tesi che DEBBA invece trovare altri limiti che quelli della sua coscienza e della sua sensibilità mi è impossibile condividerla, per le ragioni che ho più volte esposte, e che si riassumono in questo particolare caso nella semplice constatazione che redigere un testamento biologico è un atto volontario e in nessun caso obbligato, dunque in nessun caso passibile di manipolazione da parte di altri che l’interessato, purchè sia naturalmente garantito il massimo di garanzie a tutela della più limpida e trasparente espressione della volontà dell’interessato stesso(e di nessun altro), volontà per altro in ogni momento modificabile dall’interessato stesso (e da nessun altro).
    Trovo comunque nell’intervento di Patrizia Borsellino l’espressione più adeguata, competente e concreta di queste mie preoccupazioni, e poiché condivido pienamente le sue formulazioni le riporto alla lettera, perché siano nuovamente meditate anche dagli altri partecipi al dibattito. Non ho infatti trovato finora accolte le sue osservazioni.
    Ecco il testo in questiione:

    ” Condivido diversi passaggi del documento, ma riterrei opportune, in questo momento, delle più chiare e decise prese di posizione sulle questioni nodali che il legislatore deve affrontare, quali, ad esempio, quelle del valore da attribuire alle volontà anticipate, dei loro contenuti possibili, della loro forma e del ruolo da attribuire al fiduciario.

    Condivido, inoltre, pienamente l’affermazione che molto si deve fare per garantire a tutti la migliore assistenza (nella prospettiva delle cure palliative) fino alla fine della vita, mentre ritengo che l’auspicio di una “giusta” ed efficace tutela del diritto alla vita in tutte le fasi e condizioni dell’esistenza umana possa essere frainteso se non accompagnato dalla precisazione che il diritto alla vita non deve inopinatamente essere trasformato nel dovere dell’individuo di vivere, o meglio di sopravvivere, a tutti i costi, a seguito della prosecuzione di trattamenti che prolungano il processo del morire. ”

    Ringrazio di cuore Patrizia Borsellino per queste chiarissime parole, che danno piena espressione anche al mio sentire, e ringrazio ciascuno per l’attenzione.
    Roberta De Monticelli

  57. Giovanni Fornero Says:

    Per un cambiamento effettivo. Il parere di un laico attento ai travagli del cattolicesimo

    Dal punto di vista teorico il testo di Semplici – Vigna – Azzoni nasce dal tentativo di superare la configurazione dicotomica della bioetica odierna e, nella fattispecie, la “logora” contrapposizione fra cattolici e laici. In che senso tale contrapposizione sia “logora” gli autori non lo spiegano, ma è chiaro che se tale aggettivo allude a un dato di fatto, cioè alla inesistenza di un (reale) conflitto bioetico esso è constatabilmente falso. Viceversa, se tale aggettivo allude al desiderio che la contrapposizione cessi, allora esso è legittimo e condivisibile.
    In ogni caso – bisogna aggiungere – il conflitto in questione non dipende da una perversa volontà di scontro, ma da una diversità paradigmatica, ossia da due modi complessivi di rapportarsi alla vita: uno che fa leva sulla sua indisponibilità e l’altro sulla sua disponibilità.
    Il cuore teorico e metodologico del testo risiede nelle tre tesi interconnesse secondo cui:
    A) Non esiste “il” problema del fine vita, ma un fascio di questioni diversificate e complesse;
    B) Non è possibile, di conseguenza, affidarsi ad astratte dichiarazioni di principio sulla indisponibilità o disponibilità della vita;
    C) Si tratta, piuttosto, di mediare in modo ragionevole la tutela della vita e la libertà dell’individuo.
    La prima tesi, di là dalla sua apparente “ovvietà”, non mi convince. E’ come se qualcuno dicesse: «Non esiste “il” problema politico, ma un fascio di questioni politiche diversificate», omettendo, in tal modo, che la soluzione delle diverse questioni politiche, presuppone, a monte, una certa ottica o filosofia politica (che può essere di destra, di centro o di sinistra). Lo stesso succede con i vari problemi relativi al “testamento biologico”, che presuppongono pur sempre un’idea complessiva del fine vita (anzi, della vita in generale). Idea che motiva (e spiega) le diverse soluzioni in materia.
    Discutibile è anche la seconda tesi. Infatti, le dichiarazioni di principio circa l’indisponibilità o disponibilità della vita non sono per niente “astratte”, poiché rappresentano delle concrete idee-guida che condizionano, di fatto e di diritto, i diversi modi di impostare – e di risolvere – i problemi del fine vita. Tant’è che tali idee rappresentano lo sfondo ermeneutico dei nostri discorsi etici e delle nostre prese di posizione bioetiche, configurandosi come qualcosa di inaggirabile, cioè come dei principi fra cui, volenti o nolenti, siamo costretti a operare una scelta (fosse anche, come avviene in questo testo, una scelta di compromesso). Infatti, la terza tesi invita a realizzare una “modulazione” ragionevole fra tutela della vita e libertà della persona, configurandosi come un ennesimo tentativo “terzaforzista” di conciliare le cruciali istanze della indisponibilità e disponibilità della vita.
    Tentativo che è apparso poco convincente a una teorica aliena dai compromessi filosofici come Roberta De Monticelli, secondo cui vita e libertà non rappresentano due realtà distinte e potenzialmente opposte, fra cui è indispensabile cercare un “equilibrio”, bensì una medesima realtà ontologica e assiologica («in quale senso possibile il valore della vita e della dignità della persona sarebbero minacciati dalla libertà della persona? Al contrario, la vita di una persona desume il suo valore dalla libertà che ci caratterizza»).
    A proposito di questa (decisiva) tematica Vigna – che a differenza di altri studiosi preferisce parlare chiaro – ha risposto che «tutela della vita e libertà della persona sono opposti, quando la libertà della persona si esercita contro la vita. E può accadere per esempio nelle intenzioni eutanasiche. Altrimenti non sono opposti, ma semplicemente complementari». In altri termini, se la libertà (e quindi il principio della disponibilità della vita) va contro la vita (cioè contro il principio della indisponibilità della vita) la vita (cioè il principio della indisponibilità della vita) prevale sulla libertà (ossia sul principio della disponibilità della propria vita).
    Pur prendendo atto dello sforzo di smarcarsi dalle posizioni più rigide del cattolicesimo ufficiale, dubito che fragili compromessi filosofici di questo tipo (forieri di cattivi compromessi politici) siano in grado di risolvere l’annoso conflitto fra cattolici e laici sui temi della vita e della libertà.
    Infatti, come abbiamo chiarito nel Poscritto 2009 della nuova edizione di Bioetica cattolica e bioetica laica, tale conflitto andrà avanti finché il cattolicesimo, a cominciare dalle intelligenze migliori di esso, non si deciderà ad assumere – in modo coerente e rigoroso – il principio di autodeterminazione. In altri termini, in filosofia e in etica – che a differenza della politica non è il regno dei compromessi – c’è un solo modo di sciogliere (veramente) ogni perdurante conflitto fra vita e libertà ed è quello che, in ambito cattolico, viene indicato, tra gli altri, da studiosi come De Monticelli e Mancuso. Modo che consiste nel sostenere, senza tentennamenti e ambiguità, che la vita personale è libertà, o, più precisamente, autodeterminazione responsabile e quindi possibilità di disporre in modo libero e responsabile della propria vita e della propria morte.
    Qualcuno potrebbe obiettare che è molto difficile che il cattolicesimo compia questa “svolta paradigmatica” e che quindi bisogna “accontentarsi” delle mediazioni e dei compromessi politici. Concordo, anche se è bene ricordare – a favore di coloro che, cattolici o meno, non hanno perso la speranza in un cambiamento effettivo di rotta – che la Chiesa ha spesso accettato alla fine ciò che aveva rifiutato all’inizio.

  58. Roberta De Monticelli Says:

    Ringrazio di cuore Giovanni Fornero per l’aiuto che il suo intervento ci offre a chiarire il punto dell’ambiguità che ancora sussiste. Non ritorno per ora su tutta la questione, ma vorrei riportare di nuovo le parole che riassumono lo spirito della sua perplessità, quale è e continua ad essere anche la mia:”in filosofia e in etica – che a differenza della politica non è il regno dei compromessi – c’è un solo modo di sciogliere (veramente) ogni perdurante conflitto fra vita e libertà ed è quello che… consiste nel sostenere, senza tentennamenti e ambiguità, che la vita personale è libertà, o, più precisamente, autodeterminazione responsabile e quindi possibilità di disporre in modo libero e responsabile della propria vita e della propria morte.”

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