Su “Forum costituzionale” interessante saggio di A. Melani su “Il matrimonio omosessuale dopo la pronuncia della Corte costituzionale: la questione resta aperta”: melani.pdf
Su “Forum costituzionale” interessante articolo di Elena Malfatti su “L’ accesso alla procreazione medicalmente assistita, tra “integrazioni” della legge e nuove aperture giurisprudenziali”: malfatti.pdf
« Vous êtes un habit (libâs) pour elles et elles sont un habit pour vous » (Coran 2 :187).
Deux corps étendus ou enroulés l’un sur l’autre jouissent dans la rencontre charnelle et sexuelle. Telle est l’interprétation des deux grands exégètes : Tabarî (9e siècle) et Râzî (13e siècle) qui insistent, dans leur commentaire de ce verset, sur la dimension érotique de la peau. La peau de l’un, écrivent-ils, devient un habit (ou une vêture dans la traduction de Jacques Berque de ce verset) pour l’autre. Le terme arabe est libâs, de la même racine que iltibâs (confusion), tant il est vrai que la rencontre sexuelle va de pair avec la perte des limites.
Ainsi, le texte sacré, pour exprimer la jouissance de deux êtres sexués, choisit la métaphore d’une vêture (ou habit). Or, c’est cette objectivation du libâs (habit, vêtement) qui vient aujourd’hui symptomatiquement (sous la forme du voile) habiter l’espace politique et social. Non seulement, cette objectivation renforce la hiérarchie et la répartition des tâches entre les hommes et les femmes de la culture arabo-musulmane, mais elle condamne également les ressources poétiques de la langue (en sonnant le glas du sexuel infantile où se ressource tout travail de métaphore), ainsi que l’idée même de l’humain comme étant ce semblable qui réfléchit ma propre totalité.
La natura del “virtuale” come interagisce con la realtà: la orienta o la deforma, la occulta o la rivela?E che accade soprattutto nella vita dei singoli e nelle relazioni intersoggettive?Che ne viene nei legami?Come le forme del desiderio umano alla realtà virtuale si rapportano?Quali nuove opportunità sono offerte, ma anche quali nuove patologie insorgono?Può un essere umano vivere e nel contempo vedersi vivere senza cadere nella confusività intenzionale?Che ne è della facilità con cui bene e male sono sotto gli occhi di tutti, senza i diaframmi cui eravamo abituati, a seconda dell’età e dell’esperienza di vita?E non è sparito il differire, in qualche modo inevitabile, della “scena nascosta” dalla “scena manifesta”?La ricerca della “visibilità” non è forse una forma dell’agire umano e dunque non implica il giudizio etico?E fin dove la scena politica può essere stravolta da un abuso mediatico?Non è forse la democrazia in grave pericolo?O non si può pensare al mondo spettacolare come un alleato, anzi che come a un avversario?Ma a quali condizioni e con quali alleanze?
Mervyn E. King and Toni Muzi Falconi talk about governance, management and sustainability from a PR point of view at the World Public Relations Forum 2010 in Stockholm, Sweden:
Un discorso che merita di essere segnalato per più punti di interesse tra cui la chiarezza con cui si afferma la possibilità della ragione naturale di accedere alle norme etiche: “La tradizione cattolica sostiene che le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione”.
Nonostante l’ottimo parere del Conseil d’Etat, improntato a buon senso e rispetto del diritto, e nonostante la posizione contraria di SOS Racisme, il 14 settembre 2010 la Francia ha previsto con una legge che “Nul ne peut, dans l’espace public, porter une tenue destinée à dissimuler son visage”, così facendo proprie le conclusioni della Commissione presieduta dal deputato del PCF (noto per essere stato uno dei partiti più stalinisti d’Europa) André Gerin.
Poichè in realtà la legge intende colpire l’uso del velo integrale nello spazio pubblico in assoluto (a prescindere da considerazioni di concrete esigenze di sicurezza e ordine pubblico, oltre che dall’età della persona interessata), si tratta di una legge che, a mio avviso, viola apertamente gli artt. 10 e 22 della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”:
Articolo 10 - Libertà di pensiero, di coscienza e di religione. 1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Tale diritto include la libertà di cambiare religione o convinzione, così come la libertà di manifestare la propria religione o la propria convinzione individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti.
Articolo 22 - Diversità culturale, religiosa e linguistica. L’Unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica.
E’ uscito l’interessante numero 1. di “Philosophical News“: una rivista online di filosofia, pubblicata in formato elettronico con cadenza semestrale.
Obiettivo della rivista è di favorire la ricerca e la riflessione con particolare attenzione al dibattito filosofico contemporaneo, in tutte le sue diverse manifestazioni culturali.
A tal fine il progetto intende privilegiare l’indagine su temi di stringente attualità.
La redazione pertanto sollecita in modo particolare contributi attinenti al dibattito filosofico attuale, siano essi di carattere teorico o storico.
I numeri, oltre ad essere composti da articoli e recensioni, ospitano anche interviste. Con ciò si vuole ribadire l’attenzione per l’attualità che contraddistingue il presente progetto editoriale.
Inoltre, al fine di favorire la discussione critica e l’interazione tra gli studiosi, la rivista offre anche la possibilità di ospitare resoconti di works in progress.
Dal sito filosofionline.com riprendo un intervento molto interessante di Stefano Semplici.
I cattolici devono tornare alla politica. Per fare cosa?
Alcuni giorni fa, in un articolo pubblicato sul «Corriere della sera», Giuseppe De Rita ha sottolineato l’esigenza di ricostruire all’interno del «popolo cattolico» i «livelli intermedi prima di condensazione della propria forza poi di finalizzazione allo sviluppo collettivo del paese». Ogni appello ad una generazione nuova di politici cattolici o all’esigenza di restituire a quel popolo il peso che gli spetterebbe per la qualità e pervasività della sua presenza nel quotidiano del sociale e della testimonianza di fede appare destinato in caso contrario ad alimentare il rumore di fondo delle «chiacchiere inutili e confuse». Francesco D’Agostino ha prontamente messo in guardia dalle pagine di «Avvenire» dal rischio della declinazione di questo invito nel senso di un ulteriore allargamento delle crepe aperte dal secolarismo e da una malintesa laicità: occorrono «mediazioni alte» proprio per evitare che diventi il fondamentalismo l’alternativa alla deformazione culturale e metodologica che fa della doverosa distanza fra identità religiosa e spirituale e responsabilità civile una inaccettabile separazione. La prima impressione, leggendo questi testi, potrebbe essere quella di un vocabolario e di preoccupazioni già sperimentati, se non addirittura della riproposizione dell’antica frattura fra i cattolici della mediazione (fra i quali sono cresciuto) e quelli della presenza. La mia tesi è invece che a monte della riflessione, certamente opportuna, sulla linea di confine fra una buona (alta) mediazione e la sua versione annacquata, nella quale principi e identità cederebbero allo spirito del tempo il loro spessore di immutabile verità, vi sia una questione che è il vero nodo sul quale questi ed altri interventi ci sollecitano a riflettere. Diamo per scontato che il bisogno di una presenza, di un ruolo più incisivi dei cattolici nella vita politica sia orientato al “bene comune” e non a puntellare il potere e i poteri della Chiesa. Diventa di conseguenza inevitabile interrogarsi sulle priorità di un’agenda che renda quella presenza e quel ruolo riconoscibili, preziosi, fulcro di inclusione e condivisione. Da qui occorre ripartire, perché è qui che nascono i problemi.
Non è un caso che un festival dedicato alle libertà si concluda con la libertà spirituale, la libertà dello spirito, la libertà interiore.
In filosofia si parla di scienze dello spirito, Geisteswissenschaften, contrapposte a scienze della natura, Naturwissenschaften: mentre le scienze della natura indagano fenomeni che sono legati da nessi causali, le scienze dello spirito indagano fenomeni in cui entra in gioco la libertà.
Libertà e spirito sono dunque strettamente connessi: lo spirito è l’essenzialmente libero.
Ecco quindi che gli uomini - e solo gli uomini - hanno una storia in senso proprio, cioè in quanto attuarsi delle loro scelte.
Dunque v’è un legame stretto non solo tra libertà e spirito, ma tra libertà, spirito e uomo. Una sorta di trinità antropologica che come la trinità divina fa vedere tre modi distinti di una medesima realtà.
La libertà spirituale è un fatto che riguarda ogni uomo e ne definisce la stessa dignità. La forma tipica della libertà spirituale propria dell’uomo è la sua libertà di coscienza. Proprio perché ne definisce la stessa dignità, la libertà spirituale non può mai essere interamente cancellata: anche l’uomo in catene può conservare una qualche libertà spirituale, ad es. la libertà di dire no. Tanti santi e eroi hanno mostrato questa libertà.
Un articolo di Aneel Karnani sul ”Wall Street Journal” (23 agosto 2010) al centro della discussione sulla CSR.
The Case Against Corporate Social Responsibility The idea that companies have a duty to address social ills is not just flawed, argues Aneel Karnani. It also makes it more likely that we’ll ignore the real solutions to these problems.
Can companies do well by doing good? Yes—sometimes.
But the idea that companies have a responsibility to act in the public interest and will profit from doing so is fundamentally flawed.
SOMMARIO1. Due incontri di studio – 2. Profili di metodo – 3. Riconoscere la verità – 4. Non far finta di niente – 4. Incongruenze – 5. Si parla poco di pregiudizi – 5.1. Complessità – 5.2. Danni e contenuto dei diritti – 5.3. Il come e il cosa – 6. Quali paletti – 6.1. Il danno biologico – 6.2. Il danno esistenziale – 7. Si fa ma non si dice
Bisognerebbe oggi parlare piuttosto di metafisica del male comune… Siamo infatti dinanzi ad un certo tramonto del politico, almeno nell’Occidente post-industriale: lo siamo nel senso che la società civile, negli ultimi decenni, ha assorbito in sé ciò che una volta era, almeno in parte, contenuto della sfera politica; ma lo siamo soprattutto nel senso che il compito politico sembra troppo difficile da eseguire ed è in effetti non di rado tradito da coloro che ne sono in prima battuta responsabili. Ad una sorta di processo di disseminazione di progettualità creativa in seno alla società civile sembra corrispondere una sorta di discredito e di scetticismo quanto alla sfera politica. La sfera politica sembra non riuscire più ad occuparsi della cosa comune ed essere diventata, piuttosto, il luogo di una distribuzione corporativa delle risorse. Quando non si giunge, come ad esempio in Italia (ma certo non soltanto in Italia), a forme molto gravi di corruzione e di spreco. Il cittadino medio tende perciò a ritrarsi dalla politica o semplicemente cerca di profittarne.
Relazione di Robert Spaemann al Convegno «Dio Oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto» promosso dal Comitato per il Progetto Culturale della CEI. Roma, 10-12 dicembre 2009.
O Dio c’è – oppure l’autocomprensione dell’uomo in quanto essere di ragione, vale a dire in quanto persona, è una illusione.
Il razionalismo dell’Illuminismo da lungo tempo si è abbandonato alla fede nella impotenza della ragione umana, alla fede nel fatto che noi non siamo ciò che pensiamo di essere: esseri liberi, autodeterminati. La fede cristiana non ha mai considerato l’uomo tanto libero come ha fatto l’idealismo, ma nemmeno lo considera così privo di libertà come fa oggi invece lo scientismo. Ragione, ratio significa tanto ragione quanto fondamento. La visione scientifica del mondo considera il mondo e dunque anche se stessa come priva di un fondamento. La fede in Dio è la fede in un fondamento del mondo, che non è senza fondamento, dunque irrazionale, ma “luce”, trasparente a se stessa e così suo proprio fondamento.
Che cosa crede colui che crede in Dio? Egli crede, io dico, in una fondamentale razionalità della realtà. Egli crede che il bene sia più fondamentale del male. Egli crede che ciò che è inferiore debba essere compreso a partire da ciò che è superiore e non viceversa. Egli crede che il non senso presupponga il senso e che il senso non sia una variante dell’assenza di senso.
La natura del “virtuale” come interagisce con la realtà: la orienta o la deforma, la occulta o la rivela? E che accade soprattutto nella vita dei singoli e nelle relazioni intersoggettive? Che ne viene nei legami? Come le forme del desiderio umano alla realtà virtuale si rapportano? Quali nuove opportunità sono offerte, ma anche quali nuove patologie insorgono? Può un essere umano vivere e nel contempo vedersi vivere senza cadere nella confusività intenzionale? Che ne è della facilità con cui bene e male sono sotto gli occhi di tutti, senza i diaframmi cui eravamo abituati, a seconda dell’età e dell’esperienza di vita? E non è sparito il differire, in qualche modo inevitabile, della “scena nascosta” dalla “scena manifesta”? La ricerca della “visibilità” non è forse una forma dell’agire umano e dunque non implica il giudizio etico? E fin dove la scena politica può essere stravolta da un abuso mediatico? Non è forse la democrazia in grave pericolo? O non si può pensare al mondo spettacolare come un alleato, anzi che come a un avversario? Ma a quali condizioni e con quali alleanze?
“i-lex: rivista di scienze giuridiche, scienze cognitive ed intelligenza artificiale” dedica l’interessante ultimo fascicolo al filosofo del diritto Bruno Romano.
Come si legge nella presentazione, “la questione del diritto diventa la cifra per ricostruire e discutere i percorsi speculativi di Romano, sia nella critica al formalismo giuridico, sia nella ricomprensione del senso della giuridicità, esperito come fenomeno umano e, dunque, interpersonale. (…) La critica mossa da Romano al formalismo giuridico mostra che non ci si può accostare al fenomeno giuridico omettendo di considerare le analisi della Grundnorm, così come la ricostruisce Edmund Husserl nelle Ricerche logiche, ripresa poi da Hans Kelsen. Allo stesso tempo, non si registra, in Romano, una rinuncia al questionare sulla forma del diritto, attraverso un itinerario fenomenologico che ne incontra la specificità senza ridurla alle letture formalistiche, oggi prone rispetto al dominio del formalismo finanziario.
Muovendo dalla lezione di Romano, ognuno degli Autori ha voluto compiere non certo una ricostruzione di tipo cronologico, ma un’archeologia delle possibilità fenomenologiche che interessano lo studioso, nella ripresa costante del dialogo con i classici del pensiero.”