Un libro di un giovane studioso, ma che si segnala per grande maturità teoretica: Gian Pietro Soliani, “Rosmini e Duns Scoto. Le fonti scotiste dell’ontologia rosminiana”, Padova, Il Poligrafo, 2012.
Nell’eccellente collana “Biblioteca di Lex Naturalis” diretta da Franco Todescan, si segnala un importante libro di Elvio Ancona.
Via iudicii intende ricostruire la concezione tomistica del ragionamento giudiziale e la sua rilevanza per il dibattito metodologico contemporaneo.
Da un’attenta lettura dei testi tomistici di argomento giudiziario si evince infatti l’importanza della dialettica disputativa nella strutturazione del ragionamento che conduce al giudizio ed in particolare la centralità del suo ruolo in tre fasi cruciali della prassi giudiziale: l’individuazione dei principi comuni alle parti, il confronto e la valutazione delle rispettive tesi e l’accertamento dei fatti della causa.
In questo studio si mostra quindi come l’insegnamento tomistico permetta di cogliere la natura dialettica del ragionamento giudiziale, e nella misura in cui si può considerare il giudizio momento paradigmatico dell’esperienza giuridica, del ragionamento giuridico in quanto tale.
L’obiettivo del volume è duplice: da un lato prendere sul serio la prospettiva del naturalismo filosofico e vedere a quali conclusioni approda una sua coerente declinazione; dall’altro provare a ripensare in modo critico la nozione di “differenza umana”. Per dar corpo ad un simile proposito, dopo un chiarimento istruttorio dei concetti di “naturalizzazione”, “riduzionismo” e “questione antropologica”, viene dapprima proposto un confronto con il paradigma evoluzionistico, quadro di riferimento generale all’interno del quale si iscrive buona parte della riflessione antropologica contemporanea. Segue poi una analisi dei contributi che le neuroscienze hanno portato in dote alla riflessione etico-antropologica. Quindi si passa ad analizzare le ricadute pratiche a cui la tecno-scienza può condurre; in questo contesto ampio spazio viene dedicato al confronto con il pensiero postumanista (e coi suoi critici). Infine, nella parte conclusiva dello studio, si propone una valorizzazione dell’etica del riconoscimento quale argine alle possibili derive antiumanistiche del progetto di naturalizzazione dell’umano.
La visione scientifica del mondo sembra decretare la “morte della persona”, almeno nella misura in cui quest’ultima è pensata al modo della tradizione classica. Il prezzo pagato è tuttavia assai alto: le nozioni di identità personale, di individualità libera e autonoma, di soggettività eticamente e giuridicamente responsabile traballano di fronte alle provocazioni che giungono soprattutto dall’ambito neuroscientifico. Il volume si propone pertanto di ricostruire la “storia della persona” e di instaurare un dialogo interdisciplinare utile a destreggiarsi nell’affascinante dibattito sull’identità personale.
La necessità che l’uomo avverte del rapporto con soggetti altri e analoghi a lui si pone in forza della trascendentalità che in essenza lo definisce come un centro illimitato di intenzionalità.
Se non fosse un centro siffatto, egli non dovrebbe nemmeno sottostare a quella necessità.
E invece, proprio perché il soggetto umano è un illimitato – per quanto potenziale – apparire dell’essere, proprio per questo egli non può sopportare che siano esclusivamente il finito e il limitato ad apparire in lui o innanzi a lui.
È da questa necessità dell’incontro con altri soggetti che l’uomo, peraltro, ricava i suoi piaceri più grandi.
E pertanto in essa si inscrivono le storie e le sorti dei suoi desideri più importanti.
Tali sorti si decidono nel potere o nella capacità dell’essere umano di lasciar venire innanzi, come cosa che appare, quel che – nella sua riconosciuta verità – può fare altrettanto, e facendo altrettanto lascia che l’umano riconoscente si faccia presente ed appaia essendo a sua volta riconosciuto.
Così, se la soddisfazione del desiderio umano trova la sua possibilità nel rendersi presenti alla soggettività di quegli speciali essenti che sono le altre soggettività, il trascendentale che dice il corretto significato dell’esser-presenti di tutti gli essenti mostra di stare a capo della stessa idea di appagamento o felicità coltivata dall’etica del riconoscimento reciproco.
Come enti che pensano l’infinito ma possono saperlo solo finitamente, riusciamo a non oltrepassare il limite della contraddizione sul quale viviamo soltanto se e soltanto in quanto l’infinito si rende per noi sempre più presente. In questa doppia disposizione – del pensiero all’infinito e dell’infinito al pensiero – si decide il senso autentico della nostra umanità e della nostra trascendentalità.
L’Associazione Culturale “Philosophical News” ha organizzato per il 22-23-24 ottobre 2012 un Workshop Internazionale di Filosofia sul tema della “tradizione”, riletto alla luce delle ricerche più attuali. L’evento si tiene a Milano presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
È questa una raccolta di lettere filosofiche indirizzate a Carmelo Vigna dai suoi allievi per proseguire la discussione sui molteplici aspetti della sua proposta teorica, che spazia dalle indagini di ontologia e metafisica, a quelle di epistemologia e antropologia filosofica, fino alle ricerche di etica fondamentale e applicata. Queste lettere, nella loro differenza di tema, di piglio e di stile, sono anche una meditazione sul tramandare e sul ricevere in eredità: tramandare e ricevere un sapere, ma anche il desiderio di dedicarsi ad esso riuscendo a tenere insieme sia l’amore per la cosa, sia la spregiudicatezza nell’interrogarla, sia la singolarità del proprio sentiero, sia i legami con coloro grazie a cui è possibile tracciarlo e seguirlo. E tra costoro, Vigna è il primo: ogni lettera lo testimonia. Lettere di: Paolo Bettineschi, Sara Brotto, Alessia Dal Bello, Bettina Faber, Riccardo Fanciullacci, Paola Filosa, Luca Grion, Gaia Nardilli, Paolo Pagani, Gianluigi Pasquale, Alberto Peratoner, Maddalena Pezzato, Francesco Saccardi, Leopoldo Sandonà, Teresa Scantamburlo, Gian Pietro Soliani, Alessandra Tonon, Fabrizio Turoldo, Giusi Venuti, Susy Zanardo, Giovanna Zucca.
Giorgio Agamben, contemporary philosopher, discusses alternative ethics not based on the will or law, duty, Immanuel Kant, morality, oath, commandment, apparatus, and language. This is the tenth lecture of his 2011 summer seminar. Public open lecture for the students and faculty of the European Graduate School EGS Media and Communication Studies department program Saas-Fee Switzerland.
Riccardo Fanciullacci, La misura del vero: un confronto con l’epistemologia contemporanea sulla natura del sapere e la pretesa di verità, Napoli, Orthotes, 2011.
Talvolta si percepisce una sorta di discrepanza tra il giudizio pronunciato dall’individuo e l’ordine sociale in cui riversa la sua creatività umana in riferimento ad una autorità. La conseguenza è che la società non è più considerata come l’ambito in cui l’individuo stesso matura una sua fioritura. Ma che cosa significa giudicare? Quale è il nesso del giudizio con l’autorità? È questo un riferimento obbligato, necessario?
Ecco l’indice:
Editoriale, di Elisa Grimi
Intervista a Martha Nussbaum, a cura di Olga Rachello
Roger Scruton, “Arte, Bellezza e giudizio”, tr.it. di Michele Paolini Paoletti
Stefano Biancu, “Giudizio, autorità e uso pubblico della ragione”
Gabriele De Anna, “Il giudizio dell’autorità e il senso comune”
Andrea Favaro, “L’autorità del giudizio. Annotazioni critiche sul ruolo maieutico della giurisprudenza come mediazione”
Lucio Giuliodori, “L’autorità dell’estetica oltre il giudizio filosofico. Florenskij interprete di Kant”
Sante Maletta, “Nascita di una tradizione. Autorità e giudizio in Hannah Arendt”
John Milbank, “An Apologia for Apologetics”
Riccardo Pozzo, “Giudizio e autorità: il ruolo dei loci”
José María Torralba, “La autoridad de la razón en el juicio moral según Kant”
Neil Turnbull, “Science, Authoritarianism and the Authority of the Good”
Recensioni - convegni
Recensioni - libri
La Rivista Studiumveritatis nasce con l’ intento di riunire filosofi cattolici che sappiano illuminare i luoghi del logos estetico e filosofico dialogo sotto l’egida della bellezza della Verità rivelata e in un dialogo fecondo con le istanze molteplici della contemporaneità e delle sue irrelate verità impazzite.
Carmelo Vigna / Luca Grecchi, “Sulla verità e sul bene”. Presentazione di Enrico Berti. Postfazione di Costanzo Preve. Petite Plaisance Editrice, Pistoia, 2011. Presentazione di Enrico Berti:
Con questo volume Luca Grecchi continua la serie meritoria dei suoi dialoghi con filosofi italiani, aggiungendo un nuovo numero ai precedenti colloqui con Umberto Galimberti e con chi scrive. Come i lettori noteranno, non si tratta di interviste, ma di vere e proprie discussioni a due voci, anche se l’iniziativa è in genere di Grecchi, che pone le domande e in tal modo sceglie di volta in volta gli argomenti su cui discutere.
Nel caso di questo dialogo con Carmelo Vigna, egregio rappresentante di una specie divenuta ormai rara, quella dei fautori della metafisica classica, la conversazione assume ancora di più che nei casi precedenti il carattere di una vera e propria discussione filosofica, genere anche questo divenuto – ahimè – alquanto raro. Vigna infatti non solo risponde alle domande di Grecchi, ma lo sollecita a sua volta a prendere posizione e poi lo critica, assumendo in tal modo lui stesso il ruolo che nelle discussioni dialettiche antiche era quello dell’interrogante, svolto ad esempio da Socrate nei dialoghi platonici. Si assiste quindi ad un coinvolgente scambio di ruoli, che ricorda appunto, per le sue modalità e i suoi contenuti, le pratiche dell’antica dialettica, ormai quasi completamente abbandonate dai filosofi di oggi.
L’amico e collega Bruno Tonoletti mi ha segnalato l’uscita di un’importante monografia dedicata a Eihei Dōgen Kigen zenji: Hee-Jin Kim, “L’essenza del Buddhismo Zen: Dōgen, realista mistico”, Mimesis, 2011.
Sempre Bruno Tonoletti mi segnala che in YouTube è presente un bel film dedicato alla vita di Dōgen: http://youtu.be/pDofiOPPvTM
Dōgen (1200-1253), fondatore della scuola Zen nell’ambito del Buddhismo giapponese, è uno dei più importanti pensatori religiosi di ogni tempo. Oltre ad aver riformato la vita del Buddhismo nel Giappone del XIII secolo, il suo cammino spirituale e la profondità dei suoi scritti costituiscono anche la base per lo sviluppo della filosofia giapponese contemporanea. Questa monografia, divenuta ormai un classico e tradotta per la prima volta in italiano, si offre come un’ampia introduzione alla sua vita e al suo insegnamento. Partendo da un’accurata descrizione della parabola esistenziale del monaco, dagli anni della prima giovinezza al grande viaggio in Cina del 1227, fino alla fondazione del monastero Eiheiji in Giappone e alla diffusione del suo messaggio, lo studioso coreano Kim Hee-Jin passa in rassegna i principali contenuti della sua proposta esistenziale, enucleando i contenuti religiosi e quelli più specificamente teoretici. Da questa lettura si ricaverà così non solo una più approfondita conoscenza di uno dei massimi maestri dello Zen di ogni tempo, ma anche la consapevolezza che la radicalità del pensiero umano e della sua vocazione filosofica non conosce confini geografici o culturali.
Dalla rivista online “Philosophical News”, la prefazione all’edizione italiana di “Metafisica” di Peter Van Inwagen; tr. it. Francesco F. Calemi, Edizioni Cantagalli, Siena 2011.
In occasione della pubblicazione dell’edizione italiana del testo “Metafisica” di Peter van Inwagen, la cattedra di Gnoseologia del Dipartimento di Scienze Umane e della Formazione in collaborazione con il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Perugia organizza un seminario di studi dedicato alla presentazione e alla discussione delle tematiche del volume.
È online il fascicolo della rivista “Fogli di filosofia”, dal titolo “Archeologia non concettuale”, a cura di Giuseppe Di Salvatore. Il fascicolo raccoglie i contributi delle tre giornate di studio organizzate dal curatore nel marzo 2009 nel quadro delle attività del Dottorato in Filosofia dell’Università di Roma Tor Vergata. “Archeologia non concettuale” indaga sugli elementi e le forme del non concettuale nella filosofia moderna da Vico a Wittgenstein, così costituendo anche un contributo inedito al dibattito contemporaneo sul contenuto non concettuale.
Oltre a una Prefazione del curatore, si trovano contributi di Javier Bassas Vila (Husserl), Jocelyn Benoist (Frege), Federico Boccaccini (Brentano), Pierpaolo Ciccarelli (Vico), Francesca De Vecchi (Reinach), Giuseppe Di Salvatore (Bühler), Chiara Fabbrizi (Kant), Federico Ferraguto (Fichte), Gualtiero Lorini (Kant), Chiara Pastorini (Wittgenstein), Alessandro Salice (Meinong).
SPRING SCHOOL AND INTERNATIONAL CONFERENCE, June 7-9, 2011, San Raffaele University, Milan
The Research Unit “Person, social cognition and normativity” (Prin 2008) and the Centre of Research in Phenomenology and Sciences of the Person at San Raffaele University, Milan, organize an International Conference and a Spring School on
Sono molto lieto di poter pubblicare l’importante contributo di metafisica fornito da Carmelo Vigna in “Autonomia, autodeterminazione e fine vita”: autonomia-autodeterminazione-e-fine-vita.pdf
Per la cura di Paolo Di Lucia, l’editore Cortina ha pubblicato “Creare il mondo sociale: la struttura della civiltà umana” di John R. Searle.
Stato, governo, denaro, mercato, tasse, contratti (da quelli d’affitto a quelli di matrimonio), ma anche cocktail party, partite di calcio, vacanze organizzate o associazioni per la difesa della birra ben mesciuta: di questo e altro è fatta la realtà in cui ci troviamo a vivere. Nessuno dubita della natura oggettiva di tali fenomeni sociali. Tuttavia, essi esistono solo perché pensiamo che esistano e perché collettivamente riconosciamo a oggetti o persone uno statuto che li abilita a svolgere funzioni altrimenti impossibili. Su questo paradosso poggia il nostro mondo sociale, la cui costruzione rappresenta uno dei compiti più affascinanti per il pensiero e per l’azione. Con la consueta chiarezza John R. Searle affronta i temi chiave dell’ontologia sociale, nell’ambizioso intento di dar vita a una filosofia nuova, libera da ogni vincolo accademico e all’altezza delle sfide con cui la nostra società sarà costretta a confrontarsi nel prossimo futuro.
La tesi fondamentale di questo libro, cioè la tesi secondo cui Hegel vorrebbe costruire una impossibile struttura immutabile della mutabilità, sulle prime parrebbe semplicemente riprendere le accuse gentiliane all’hegelismo. In realtà, l’analisi paziente dei testi hegeliani va in una direzione completamente diversa, e profondamente originale. Non c’è qui da ‘liberare’ Hegel dai residui di naturalismo o di dogmatismo, per accedere alla purezza del divenire dell’atto del pensare; c’è qui piuttosto da prendere sul serio e in profondità la tesi hegeliana dell’incontraddittorietà della ragione speculativa e da capire come essa possa comporsi con la fluidità della nostra esperienza del mondo. Solo ponendo in tensione permanente questi due lati (antichi) dell’aporetica originaria, suggerisce con discrezione Paolo Bettineschi, si può restituire a Hegel la vera grandezza e farne uno di quei giganti dello spirito che hanno decisamente respinto lontano da sé quella resa senza condizioni che consiste nel lasciar cadere l’uno o l’altro lato di tale aporetica, per via della disperazione indotta dalla (creduta) impossibilità di venirne a capo. Merito non piccolo di Paolo Bettineschi è tener sempre per fermo questo capo delle tempeste hegeliano. E indicare poi un’uscita di sicurezza.
Simposio italo-serbo-sloveno. “Deontica filosofica e filosofia del diritto: Alexius Meinong, France Veber, Radomir Lukić”
Milano, 11-12 novembre 2010 - Università Statale: Sala di lettura del Dipartimento “Cesare Beccaria”; Sezione di Filosofia e sociologia del diritto.
Giovedì, 11 novembre 2010, ore 15
Venanzio Raspa (Università di Urbino), Il Sollen nella teoria del valore di Alexius Meinong
Matjaž Potrč (Università di Lubiana), France Veber: da dove provengono i doveri come oggetti?
Venerdì, 12 novembre 2010, ore 10
Emanuele Marini (Università di Milano), Etica e diritto in France Veber
Marko Trajković (Università di Niš), La filosofia del diritto naturale di Radomir D. Lukić
Bisognerebbe oggi parlare piuttosto di metafisica del male comune… Siamo infatti dinanzi ad un certo tramonto del politico, almeno nell’Occidente post-industriale: lo siamo nel senso che la società civile, negli ultimi decenni, ha assorbito in sé ciò che una volta era, almeno in parte, contenuto della sfera politica; ma lo siamo soprattutto nel senso che il compito politico sembra troppo difficile da eseguire ed è in effetti non di rado tradito da coloro che ne sono in prima battuta responsabili. Ad una sorta di processo di disseminazione di progettualità creativa in seno alla società civile sembra corrispondere una sorta di discredito e di scetticismo quanto alla sfera politica. La sfera politica sembra non riuscire più ad occuparsi della cosa comune ed essere diventata, piuttosto, il luogo di una distribuzione corporativa delle risorse. Quando non si giunge, come ad esempio in Italia (ma certo non soltanto in Italia), a forme molto gravi di corruzione e di spreco. Il cittadino medio tende perciò a ritrarsi dalla politica o semplicemente cerca di profittarne.
Relazione di Robert Spaemann al Convegno «Dio Oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto» promosso dal Comitato per il Progetto Culturale della CEI. Roma, 10-12 dicembre 2009.
O Dio c’è – oppure l’autocomprensione dell’uomo in quanto essere di ragione, vale a dire in quanto persona, è una illusione.
Il razionalismo dell’Illuminismo da lungo tempo si è abbandonato alla fede nella impotenza della ragione umana, alla fede nel fatto che noi non siamo ciò che pensiamo di essere: esseri liberi, autodeterminati. La fede cristiana non ha mai considerato l’uomo tanto libero come ha fatto l’idealismo, ma nemmeno lo considera così privo di libertà come fa oggi invece lo scientismo. Ragione, ratio significa tanto ragione quanto fondamento. La visione scientifica del mondo considera il mondo e dunque anche se stessa come priva di un fondamento. La fede in Dio è la fede in un fondamento del mondo, che non è senza fondamento, dunque irrazionale, ma “luce”, trasparente a se stessa e così suo proprio fondamento.
Che cosa crede colui che crede in Dio? Egli crede, io dico, in una fondamentale razionalità della realtà. Egli crede che il bene sia più fondamentale del male. Egli crede che ciò che è inferiore debba essere compreso a partire da ciò che è superiore e non viceversa. Egli crede che il non senso presupponga il senso e che il senso non sia una variante dell’assenza di senso.