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F. Marin, “Bioetica di fine vita. La distinzione tra uccidere e lasciar morire”, Napoli-Salerno, Orthotes, 2017

Giugno 4th, 2017 by Emil Mazzoleni

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Scegliendo come fil rouge la distinzione uccidere/ lasciar morire (the killing/letting die distinction), il volume affronta le principali problematiche del fine vita. Nello specifico, l’autrice si chiede se abbia senso distinguere l’uccidere dal lasciar morire oppure se il provocare la morte di un paziente (per esempio attraverso la somministrazione di sostanze letali) e il lasciarlo morire (mediante il mancato avvio o la sospensione di un trattamento di sostegno vitale) siano da considerarsi delle azioni moralmente equivalenti. Il testo prende le distanze da due posizioni molto nette che sono tra loro opposte. Da un lato infatti si rifiuta la tesi secondo la quale uccidere e lasciar morire sarebbero degli atti moralmente equivalenti perché danno luogo alle medesime conseguenze (la morte altrui); dall’altro si ritiene che non sia neppure giustificata la tesi della sussistenza di una differenza morale assoluta, che renderebbe sempre illecito l’uccidere e sempre lecito il lasciar morire. Oltre a ciò, viene infine difesa una posizione definibile come intermedia perché si assegna alla killing/letting die distinction una rilevanza morale che non è né insignificante né assoluta. A riguardo, viene suggerito un approccio articolato e innovativo che, pur riprendendo quelle caratteristiche moralmente significative tra uccidere e lasciar morire già individuate dalla riflessione etico-filosofica e dal dibattito bioetico, indaga in maniera più approfondita i diversi significati del letting die. Da questo punto di vista merita di essere segnalata la differenza tra il lasciar morire colpevole rispetto al lasciar morire per il bene del paziente. Vengono valorizzati così i vari elementi del contesto clinico nonché i diversi aspetti dell’agire morale ed emergono la molteplicità e la variabilità delle problematiche etiche e deontologiche che caratterizzano le decisioni di fine vita.

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A. Allegra, ” Visioni transumane. Tecnica, salvezza, ideologia”, Napoli-Salerno, Orthotes, 2017

Giugno 4th, 2017 by Emil Mazzoleni

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Postumano e transumano sono diventati pervasivi. In ambito filosofico, estetico, tecnologico, letterario, sociologico, si tratta di termini forse generici ma coerenti nel significato di base. Alludono a una trasformazione epocale, a un passaggio verso una condizione che non è solo un’altra variazione sul tema dell’umano, ma la sua radicale alterazione. Che l’uomo sia destinato a un tramonto, che i segni di questo siano già incipienti, che questo passaggio vada non temuto o esorcizzato ma auspicato e preparato: queste sono alcune delle tesi filosofiche discusse nel volume. Il tema è dunque teoricamente ed eticamente cruciale perché esso riguarda, in realtà, l’immagine che abbiamo e proponiamo dell’uomo. Questo libro analizza storia, preistoria e ideologia delle narrazioni transumaniste, che funzionano come un’ambiziosa mitologia sul potere della tecnica in nome della redenzione da una condizione umana percepita come intollerabile o addirittura nefasta. La tecnica (oppure la natura, nelle versioni propriamente postumaniste) risulta essere il surrogato di visioni religiose o ideologiche: e dunque il postumano, in una delle sue molteplici versioni, rischia di essere la vera fede comune dei prossimi decenni.

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Summer school sulle virtù (Genova, 1-3 giugno)

Maggio 27th, 2017 by Emil Mazzoleni

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Già nel 1934 Paul Valéry rilevava: «la parola “virtù” è morta o, almeno, muore […] e io la sento dire solo raramente e, nell’intenzione del mondo, sempre in tono ironico». In effetti, la persona virtuosa viene pensata remissiva, spenta, “smorta”, come una persona che non fa: non beve, non fuma, non trasgredisce, etc. La virtù è intesa come un freno alle passioni-emozioni, in grado solo di imbastire una vita di rinunce. I virtuosi, dice per esempio Nietzsche, «arrivano pesanti e scricchiolanti come carri che trasportano pietre a valle: essi parlano molto di dignità e virtù – il loro freno essi lo chiamano virtù!».

Dunque, la prassi morale virtuosa produce un’esistenza frustrante contrassegnata dall’infelicità, e comporta un disprezzo della vita? È chiaro che in tale questione è in gioco non solo la risposta sul senso dell’esistenza morale e dell’etica filosofica, ma anche il senso ultimo della vita umana: è vero, come già diceva Platone, che i giusti vivono meglio e sono più felici degli ingiusti, oppure è più assennato vivere immoralmente ma felicemente?

Ma l’etica moderna, che aveva quasi accantonato il tema, ha palesato diverse insufficienze che hanno sospinto diversi autori a rilanciare proprio i temi del carattere e della virtù. Così, nel XX secolo è progressivamente fiorita una lussureggiante letteratura filosofica su questo argomento, da parte soprattutto di autori angloamericani, generalmente classificati nella cosiddetta Virtue Ethics. Questi eticisti hanno focalizzato diversi problemi dell’etica moderna ed hanno pertanto avvertito la necessità di riprendere e rielaborare alcune istanze ed alcune indicazioni specialmente di Aristotele, ma anche, talvolta, di Platone, Tommaso d’Aquino, Hume, persino dello stesso Nietzsche e di altri. Infine, a partire da quest’ambito la riflessione sulle virtù si è allargata, negli ultimi anni, anche a quello politico, epistemologico, del diritto.

La Summer School, organizzata dalla Associazione Filosofia Classica e Prassi in collaborazione con Aretai Center on Virtues, intende offrire a studenti, dottorandi e giovani ricercatori, di discipline filosofiche e non solo, l’opportunità di partecipare attivamente a una riflessione critica sulla questione fin qui succintamente esposta e su altre tematiche correlate, focalizzando alcuni problemi dell’etica contemporanea deontologica e consequenzialista, ma riflettendo anche su domande come (per esempio) le seguenti: qual è l’importanza etica dell’amore e dell’amicizia? La comunità politica ha un compito in rapporto alla vita buona del singolo? Quale ruolo può essere svolto dall’arte nella crescita morale? Le virtù sono universali o relativistiche? Qual è il ruolo delle emozioni nella vita virtuosa? E qual è l’influsso delle virtù anche a livello epistemologico?

Qui la locandina dell’evento.

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G. Lorini, “Il senso e la norma”, Torino, Giappichelli, 2016

Febbraio 22nd, 2017 by Emil Mazzoleni

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“Il senso non può essere un pezzo reale dell’oggetto”, scrive Edmund Husserl. In queste parole, il senso appare come una pellicola che ricopre le cose, ma che non fa parte di esse. Ma stanno veramente così le cose? Dal presente libro “Il senso e la norma” emerge un’immagine alternativa del senso e della relazione tra il senso e le cose. In particolare, questa immagine si scompone in tre differenti adombramenti: (I) il senso come componente della realtà- costituita-da-norme, (II) il senso come componente delle norme stesse, (III) il senso come condizione trascendentale della realtà-costituita-da-norme.

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F. Ciaramelli, “Il dilemma di Antigone”, Torino, Giappichelli, 2017

Gennaio 28th, 2017 by Emil Mazzoleni

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In questo libro l’Antigone di Sofocle funge da pretesto per una riflessione critica su alcune implicazioni fondamentali dell’istituzione delle leggi – della loro produzione e della loro esecuzione – all’interno dei regimi democratici, nei quali, almeno in linea di principio, esse non sono autorizzate da nessuna fonte extrasociale. L’esplicitazione della genesi sociale delle leggi fa emergere in termini radicali il problema della loro giustificazione o legittimazione, il cui fondamento è da ricondurre esclusivamente alla responsabilità dei consociati. Il conflitto tra Antigone e Creonte non contrappone la ragione al torto, ma l’unilateralità di due ragioni o di due torti, tra i quali la messinscena tragica dimostra che scegliere non solo è impossibile ma non avrebbe neanche senso. La ricerca difficile d’una mediazione giuridica efficace, che il teatro tragico segnala come esigenza pressante, senza tuttavia indicare i modi e le forme del suo soddisfacimento, si precisa nel corso del libro come l’unica legittimazione dell’ordine costituito adeguata a una società democratica.

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